Più tardi gli chiesi: «Yu Fon, hai sentito parlare di Kral Kishkin?»
«Tutte le razze hanno sentito parlare di Kral Kishkin, in una forma o nell'altra. In Cina lo chiamavamo Fo Yin, Colui Che Ricomincia.»
«Mi hai chiesto chi sono.»
«Sì.»
«Io sono Kral Kishkin.»
«Ah.»
«Cosa significa?»
Non disse nulla, e tacque per tutto il giorno, badando al suo pallone, leggendo, preparando un pasto per entrambi. Trascorse il resto del tempo perso nei suoi pensieri, con la schiena appoggiata contro il cesto. Quando gli parlavo si portava un dito alle labbra, pregandomi di fare silenzio.
Nel tardo pomeriggio le sue labbra si distesero in un vago sorriso, e d'un tratto si mise a cantare, il dolce canto cinese che avevo sentito la prima notte in pallone.
Mi sorrise. «Tutto è chiaro!» disse. Chiuse gli occhi e cantò per un'ora.
Mentre il sole scendeva nella foschia studiò le sue carte, apportò delle correzioni, e buttò giù un sacchetto di sabbia perché salissimo più in alto. Poi mi chiamò al suo fianco, vicino al becco a gas. «Devi imparare qualcosa,» disse. «Quando il pallone atterra, devi tenere la mano su questa leva. Stai leggero e pronto! Prova!»
«Perché?»
«È necessario!»
Mi ritrassi leggermente al suo tocco freddo e spettrale quando mi prese la mano e me la fece appoggiare sulla leva del becco a gas, guidandomi con poche parole precise nell'apprendimento dell'uso.
«Bene!» Mi insegnò a usare i sacchetti di sabbia, a misurare il vento, a variare la direzione del pallone e usare le correnti.
«Ancora, bene!»
Poi si sedette, posò il teschio contro la parete del cesto, e cantò soddisfatto, e la voce sottile si levò al di sopra delle nubi mentre la notte discendeva su di noi.
12
Il mattino dopo mi svegliai, raggomitolato sul fondo del cesto, e vidi Yu Fon sopra di me che mi fissava. Ebbi un improvviso timore di quelle orbite senza fondo, dell'impietoso ghigno di quelle mandibole, e solo quando riuscii a scorgere il vago e diafano profilo delle sue fattezze umane, vidi che non si trattava di un mostro.
«È ora,» disse.
Osservai il suo volto calmo, cercando la rabbia furiosa che preannunciava la sua resa agli istinti, e il suo tentativo di convertirmi. Ma invece si rialzò e andò al bordo del cesto, da dove si mise ad osservare l'orizzonte a settentrione.
Mi avvicinai a lui. «I venti sono buoni!» disse. «Avrai pochi problemi. Tu sei affamato!» mi mostrò il tavolino, sul quale c'era un pasto preparato per una persona sola.
Mi posò brevemente una mano sulla spalla.
Senza una parola salì sul bordo del cesto e saltò giù.
Sconvolto vidi i suoi abiti fluttuare e aprirsi come un paracadute, facendolo girare sul dorso.
«Perché l'hai fatto?» gridai.
Tese le mani, allontanandosi verso la bellissima terra, e sorrise con quel suo sorriso calmo.
«Perché?» gridai ancora.
«Quando si visita un luogo,» mi gridò in risposta, e la sua voce mi giunse fioca, «poi si ritorna sempre a casa!»
«Non parlare per enigmi! Dimmi perché!»
«Vola verso il tuo destino...!» disse in un sussurro che subito si perse.
«Yu Fon!»
Ma ormai era scomparso, giù tra le nubi, giù sulla terra rattoppata, e io ero solo, e già sentivo la sua mancanza.
13
Yu Fon aveva ragione; i venti erano buoni. L'unico mio errore di navigazione mi portò più vicino alla terra, ma invece di dispiacermene, la assaporai, ne osservai gli alberi, studiai i riflessi del pallone nei laghi freddi e scintillanti. Sotto di me il mondo era come una pellicola che si srotolava.
Quando il sole oltrepassò lo zenit apparve uno stormo stridente di scheletri di gabbiani. Fissarono il pallone, e pensai che potessero attaccarmi. Mi preparai con una carta arrotolata per allontanarli, ma erano solo in cerca di cibo, e quando non gliene offrii volarono via.
Mi resi conto in seguito che erano forieri d'acqua, quando vidi l'orizzonte distendersi in un alternarsi di rocce e ghiaccio che mi veniva rapidamente incontro.
Osservai la costa che si avvicinava.
«Jack!»
Su un alto sperone di roccia c'erano Jack e la sua compagna che guardavano il pallone spostarsi lentamente.
«Jack!» lo chiamai.
Il lupo buttò indietro la testa e ululò, imitato un momento dopo dalla sua compagna. Tentai disperatamente di seguire le istruzioni di Yu Fon per la discesa. La sottile spiaggia sabbiosa sotto la scogliera si avvicinò. Io stavo perdendo quota, ma troppo lentamente, e mi sarei trovato sull'acqua prima di atterrare.
Mi guardai indietro. I due lupi stavano scendendo dalla scogliera verso la spiaggia.
L'acqua si avvicinava. Poi, d'un tratto, bloccato dalla scogliera, il vento cessò, e io precipitai in un atterraggio un po' brusco a poche iarde dalle onde.
Saltai fuori dal cesto portando tra le braccia il rotolo di corda da ormeggio, e cercai di assicurare il pallone. Invece il vento riprese, e il pallone si sollevò verso l'alto, lasciandomi disperatamente attaccato alla corda tesa per impedire che il pallone si allontanasse senza di me.
Jack e Ra-see corsero lungo la spiaggia verso di me, e io diedi uno strattone violento alla corda. Il pallone toccò di nuovo terra.
«Jack! Svelto! Salta dentro!»
Indicai il pallone, e mi chinai offrendo a Jack la mia schiena come punto di appoggio. Lo sentii saltare su di me, seguito da Ra-see, e balzare nel cesto.
Un'improvvisa folata di vento sollevò il pallone sull'acqua, e il pallone mi trascinò, attaccato alla corda di ormeggio, si alzò e poi ricadde, tuffandomi tra le onde.
Spostando una mano dopo l'altra, mi arrampicai fino al cesto, e mi issai oltre il bordo. Subito mi diressi alla leva del gas, e sparai un getto infuocato nell'apertura del pallone.
Ci alzammo, e sotto l'acqua parve ritirarsi. Dietro di noi la terra si allontanò, e poi scomparve, e noi continuammo a volare verso est. Il mondo, improvvisamente, era fatto d'acqua.
14
Fu Jack, di guardia ritto su una sedia, con la lingua penzoloni e la pelliccia arruffata dal vento, che avvistò per primo l'isola e la nave. Ra-see, che aveva sofferto per il viaggio, giaceva arrotolata sulla parte più morbida del cesto, e dormiva. Sia lei che Jack mostravano evidenti segni di aver partecipato a più di una battaglia, con bestie, probabilmente scheletri, che potevo solo immaginare. Nessuno dei due, comunque, aveva riportato brutte ferite. Il famelico appetito di Ra-see aveva contribuito parecchio a rassicurarmi sulla sua buona salute. Avevo appena controllato, e l'avevo dichiarata guarita, e mi stavo alzando per raggiungere Jack al timone quando il lupo si mise a ululare. Gli andai accanto e fissai l'orizzonte, ma vidi solo una striscia di foschia bassa che si stendeva sull'acqua.
Presto però la foschia si delineò e crebbe, arrotondandosi nel profilo costiero di un'isola.
Jack ululò di nuovo. Appena visibile ai miei occhi c'era la forma allungata di una nave tirata in secco, la nave che avevo visto nei miei sogni.
«Jack!» esclamai.
Iniziò la nostra discesa, e l'isola si ingrandì. Sembrava un vero paradiso, un folto intensamente verde di alberi circondati da una bianca spiaggia sabbiosa. Un promontorio roccioso si levava alla lontana estremità, offrendo alla vista un'alta cascata che brillava come un nastro di cristallo e precipitava in un limpido specchio d'acqua.
Ci abbassammo ancora, e la nave divenne nitida. Impressa sulla prua c'era la parola Arca. Era leggermente inclinata, proprio come nel sogno, e sembrava che fosse stata trascinata a riva fin dove poteva arrivare. Sulla fiancata si apriva una falla frastagliata. Ben presto ci saremmo lasciati l'acqua alle spalle, e ci saremmo ritrovati sopra la spiaggia.
Vidi accanto alla nave una figura pelosa che indicava con gesti agitati nella nostra direzione, e poi spariva dietro la nave. Riapparve un momento dopo e puntò qualcosa contro di noi. Quando mi accorsi che si trattava di un fucile, partì un colpo.
Il pallone ebbe un sobbalzo e cominciò a scendere. Stavamo perdendo rapidamente quota. Vennero sparati altri colpi. Accesi il getto di gas, ma non riuscì a tenerci in aria, e andammo alla deriva sull'acqua. Il pallone vacillò e si accasciò, e cademmo in acqua. Il cesto si ribaltò e vidi Jack affiancarsi a Ra-see, e nuotare assieme a lei verso la spiaggia.
Io andai sotto. Quando tornai in superficie individuai la spiaggia a circa duecento iarde di distanza. Mi misi a nuotare.
I due lupi erano davanti a me. Mentre mi avvicinavo alla riva, prima una gamba, e poi l'altra, vennero afferrate dai crampi. D'un tratto fui come una pietra, e boccheggiando per un ultimo respiro affondai, incapace di muovere le gambe.
Tentai di risalire a forza di braccia. I polmoni avevano bisogno d'aria. Risalii un poco, e vidi la luce riflettersi sull'acqua pochi piedi sopra di me, ma sapevo che non ce l'avrei fatta, e cominciai ad affondare di nuovo mentre i polmoni stavano per arrendersi.
Poi sentii Jack sotto di me, che mi spingeva verso l'alto, e la mie braccia riacquistarono vita. Con Jack che mi sosteneva le gambe riuscii a muovere le braccia e a raggiungere la superficie, con i polmoni che minacciavano di scoppiare. Sputai l'acqua che avevo in bocca e inalai ossigeno, e sentii che stavo per perdere i sensi.
Jack mi rimase accanto, finché le mie gambe, pesanti come piombo, toccarono il fondo. L'acqua si abbassò gradatamente, e barcollai fino sulla spiaggia, tentando di riprendere fiato, e lì crollai.
Qualcuno si ergeva sopra di me. Sentii un grugnito. Cercai disperatamente di restare cosciente, ma di colpo persi i sensi.
Quando mi svegliai, ero stato rivoltato sul dorso, e fissavo la lunga canna di un fucile stretto da una scimmia molto arrabbiata. Girai la testa e vidi il profilo della nave tirata in secco, e davanti ad essa c'era la donna dalla carnagione scura dei miei sogni.
La donna avanzò di un passo verso di me, e la scimmia si inquietò parecchio. Lei si avvicinò in fretta, tranquillizzò la scimmia, e la allontanò.
Si inginocchiò accanto a me, senza parlare, e mi guardò negli occhi. Aveva un aspetto giovane e fresco, come una rosa appena sbocciata.
«Io sono Kral Kishkin,» dissi.
Lei annuì, allungò un dito esitante, e mi toccò il viso.
E improvvisamente entrambi sapemmo ogni cosa.
CAPITOLO QUINDICESIMO
LA DISGUSTOSAMENTE SQUALLIDA,
QUASI MA NON DEL TUTTO REDENTA ESISTENZA
DI ROGER GARBAGE
1
Su nel cielo,
Osso mondo io volo!
Ora è vero,
Io non sono più solo!
Sempre mi dicevano, che scheletro sei,
E adesso non rispondo più che sono fatti miei.
Perché siamo tutti oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh-oh-OSSI!
Ripetere l'ultima riga, un bel rullare di batteria, magari coinvolgere il pubblico, fargli battere le mani di scheletri a tempo. Grande pezzo, se lo dico io. Forse sono fatto apposta per scrivere canzoni, chi lo sa? L'ho anche cantata per il signor Lincoln, al telefono sull'aereo, ma non ha fatto un gran commento. Voglio dire, quel tipo deve farne di strada per arrivare al rock and roll, giusto? E con tutta questa crisi di umani, e il resto, immagino che possiamo dargli un po' di tempo. Per ora, come gli ho detto, può lasciare il rock and roll al sottoscritto.
Yeah!
Voglio dire, la vita è questa, o cosa? A ventimila piedi d'altezza, un jumbo jet enorme, fusoliera imbottita dalla cabina alla coda con ogni genere di strane antenne e apparecchiature radio. Il primo giorno ho detto al pilota, anche se è uno di quei tipi da Servizio Segreto che non riderebbe nemmeno se sua suocera scivolasse su una buccia di banana, gli ho detto che quello che ci serve è un motto per l'aereo. «Cosa ne dici di "Noi li troviamo, poi ve li passiamo"?»
Ha continuato a guardare il cielo fuori dal vetro. Ho cercato di inventarne un altro. «E cosa ne dici invece di "Convertiamo il mondo"?»
Stavolta mi ha buttato fuori a calci, dicendo, «Torna a lavorare,» e ha chiuso a chiave la porta della cabina.
«Un altro Capitan Bob!» ho borbottato.
Ma non sono tutti così rigidi. Un tipo, che di nome fa Paul Piper, ma io lo chiamo Pipeman, anche se non ci ho ancora sniffato assieme - diciamocelo in faccia, questi sono tutti federali, e mi tremano le ossa dalla paura che uno di loro inciampi in una delle mie cannucce o in qualcosa di peggio, e che mi butti fuori da un portellone, o che lo dica al signor Lincoln - comunque, Pipeman ha l'aria di uno a cui la roba potrebbe piacere. Piuttosto strano, a giudicare dal sudario che porta: inagrissimo e cazzuto, con quegli occhiali neri che ti fanno venire voglia di buttarli per terra e saltarci sopra, ma è decisamente fuori di testa. E gli piace il rock and roll, perché la prima cosa che ha fatto quando siamo partiti il primo giorno è stato di surriscaldare l'impianto stereo. D'un tratto abbiamo sentito duecento watt di un CD dei R.E.M. che tuonavano nella pancia del mostro, e Capitan Bob che ruggiva contro di noi in fondo al corridoio, urlando a Pipeman «Abbassa quella merda!»
«Okay, mamma,» dico io, e Pipeman sorride come una pecorella, e abbassa il volume finché Capitan Bob torna nella sua cabina. Poi lo fiondiamo ancora a manetta.
È allora che arrivo a un pelo dal dividere con lui la mia roba, quando Pipeman mi dice che ha imparato tutto in una stanza così dentro nel Pentagono che si sentiva la pressione scoppiettare nelle orecchie. «Lavoravamo su ogni genere di cosucce prima che Lincoln facesse saltare la società. Quel tipo odiava la segretezza, ma di sicuro gli piacevano i giocattoli,» dice ghignando. «Piccoli laser in grado di bruciarti le palle degli occhi, lasciando il resto morbido e fresco come il culo di un bambino. Sarebbe stata una cosa niente male sul campo di battaglia; se quei fottuti sono ciechi, non possono combattere, giusto?» «Uh, giusto,» dico io.
«Ce n'era un altro che ti faceva venire il mal di testa, delle belle botte, attraverso un muro di cemento spesso quattro piedi. Niente male. Voglio dire, questa cosa che stiamo usando qui,» dice dando una pacca affettuosa al nostro trova-umani come se fosse una specie di cagnolino, «è solo la variante di un aggeggio che abbiamo progettato per individuare chi fa consumo di droghe. È poco più di un termosensore ipersensibile, okay? Nel modo in cui l'avevamo sintonizzato originariamente, rivelava se facevi uso di droghe. Il metabolismo corporeo impazzisce se l'hai imbottito, per esempio, di cocaina. E lui se ne accorge. Ora noi ci siamo limitati a sintonizzarlo sul metabolismo umano generale, che è diverso dal nostro, e bum! Come pescare pesci in un barile!»
Non sta scherzando. Quel coso stana gli umani come zecche dalla schiena di un cane. Una passatina al volo dello schema a griglia che Pipeman ha programmato nel suo giocattolo, e quelli che sembravano uffici deserti, cantine vuote, vie abbandonate dalla gente, diventano la mappa perfetta di tutti gli umani nascosti. Abbiamo trovato un tizio a quattrocento piedi sottoterra, che si sbavava addosso in una miniera di antracite, e rideva per come era riuscito a fottere gli skel.
Uh-uh.
Ma torniamo alla droga, mi giro verso Pipeman mentre mi racconta tutte queste cose, cerco di mantenere un sorriso sincero e dico, «Uhm, voglio dire, questo aggeggio non può più individuare le droghe, vero?»
«No. A meno che io non lo voglia.» E poi, con mio proverbiale orrore, Pipeman schiaccia dei tasti, cantando la mia ultima canzone mentre lo fa, «Osso mondo io volo!» e poi si volta verso di me col suo ghigno da pecora e dice, «Ecco. Adesso è sintonizzato per la coca.» E maliziosamente, girando un sensore nella mia direzione: «Adesso se dovessi provarlo su di te...»
«Hey!» dico allontanando da me il sensore mentre Pipeman si mette a ridere come uno stupido.
«Stavo solo scherzando, Rog,» dice mettendo via il sensore e inserendo i codici originali nel Grande Skel; e ancora una volta non capisco se questo è l'umorismo di Pipeman, o l'umorismo degli skel,o se il luccicore in fondo alle orbite è il desiderio eternamente presente negli ossi di trasformare tutto quello che è umano in un costume di Halloween. «Solo scherzando.»
«Uh, va bene,» dico rigirando la mia poltrona verso la consolle, e la caccia agli umani sulla terraferma, ventimila miglia più sotto, continua.
2
Con una rapidità sorprendente.
In quattro settimane abbiamo coperto tutti gli Stati Uniti continentali. Altre quattro settimane e l'Europa è pulita, e anche l'Australia. Poi tocca al Sud America. Quella mi piace, perché atterriamo a Rio, che è un po' di tempo che non la vedo, e che mi sembra esattamente la stessa di sempre. A Rio si conclude sempre un sacco di contratti discografici. La grande città degli accordi. Voglio dire, quaggiù erano sempre vestiti da carnevale, e cosa cambia se invece di indossare costumi da scheletro indossano proprio lo scheletro? Sono sempre tutti pazzi e ubriachi. Persino Pipeman si lascia coinvolgere nell'eterno Martedì Grasso, completo di cappelli con la frutta e intontimento da sbronze. Solo Capitan Bob sembra impassibile, anche se una sera lo spio dopo che gli è arrivato un messaggio in codice, che naturalmente Pipeman ha decifrato per nostro personale divertimento, un messaggio da Stanton, il guerrafondaio del signor Lincoln. Il messaggio risplende di lodi per la nostra piccola missione. Parla anche di me, TENETE LA CENA AL CALDO, dice il messaggio, e io so già che il mio nome in codice è CENA, perciò significa che non stanno programmando di convertirmi, almeno non ancora. E quella stessa sera, ecco che vedo Capitan Bob non con una, bensì con due scheletrine sottobraccio, tutte e due con le gambe fino a qui,se ti sforzi e guardi il contorno e non le ossa. Niente male. Ha addirittura una Carta Bianca in mano, la vecchia canaglia, e strizza solennemente l'occhio a me e a Pipeman quando ci passa davanti per strada. Abbiamo capito, Capitan Bob, il tuo segreto è al sicuro con noi, a meno che non possiamo usarlo contro di te.
E proprio a Rio, quella stessa sera, vedo spuntare un commercio che sembra stia diventando popolare ovunque, e che, francamente, mi fa venire la pelle d'oca.
È Pipeman che si imbatte per primo nel negozio, perché è più ubriaco di quanto io sia mai stato, e sta cercando di attaccar briga. Ho già dovuto tenerlo fuori da due risse, il che è buffo, perché è lui che dovrebbe proteggere me. Si è sparsa la voce che io non devo essere toccato, ma ciò non ha impedito a qualche hombre di cercare di fare impressione sulla sua chiquita d'osso facendo a pezzi l'unico essere umano del distretto a mani nude. Voglio dire, lo spasso è spasso. Ma riusciamo sempre a venirne fuori, non so come, perché si comincia con l'ostilità con la O maiuscola nei miei confronti e si finisce sempre con Pipeman che cerca di rubare la donna a qualche hombre, e me che devo trascinarlo in un vicolo prima che venga polverizzato. Pipeman sembra avere una volontà di polvere.
Così quando passiamo davanti a quel negozietto con tutta la folla attorno, Pipe naturalmente crede che si tratti di un'altra rissa. Ci si fionda in mezzo, e io dietro, gridando: «Lasciateli a me! Lasciateli a me!»
Ma non c'è nessuna rissa, solo un negozio con una clientela numerosa.
Città da brivido. Voglio dire, avrei dovuto voltarmi e scappare via dritto. Ma tutta la faccenda aveva un fascino morboso. Nemmeno Ricki Scum, l'ultimo (immagino) e grande (dicono) e (definitivamente) non rimpianto cantante dei Pustule è mai sceso tanto in basso.
Scaffali su scaffali di pezzi umani. E voglio dire pezzi. Sto parlando di teste, e non tutterimpicciolite, e arti di ogni genere. Vasi e vasi sugli scaffali fino al soffitto, e tutti ordinatamente etichettati. Le orecchie devono essere di moda quest'anno, perché c'è una donna con un costume sudario davvero sontuoso che sa di soldi, forse Tahoe, o almeno Beverly Hills, che sta battagliando con un'altra donna per un vaso con dentro un organo umano dell'udito. Galleggia nell'alcool, come una specie di piccola sogliola.
«Cos'è?» dico.
«Un orecchio famoso,» dice un hombre vicino a me, che d'un tratto mi sta fissando come se fossi un'aragosta al microscopio di quinto grado. «Guarda il piccolo morso sul lobo. Si dice che sia appartenuto a Van Gogh.» Un risolino. Conosco quel suono, il suono di un mercante. «Non è il primo di quel genere che hanno venduto questa settimana. Le donne credono che se riportano l'orecchio a Van Gogh, che si dice abiti a Bruxelles, le dipingerà, rendendole immortali.»
Mi volto a guardare questo skel,che è più basso di me, ma la cosa non mi fa sentire meglio, per via di come mi sta fissando.
«Mai pensato di vendere?» dice.
«Eh?»
Improvvisamente mi pizzica un braccio. Un assaggio, immagino. «Un articolo completo, potrei farti un buon prezzo davvero. Ti tengo intero, naturalmente.»
«Davvero io non...» dico, sapendo che sono sbiancato, indietreggiando come un granchio dal tipo che mi segue attraverso la folla, con una bramosia evidente e crescente. Dietro a lui ci sono due gorilla, che vedo adesso e che gli sono attaccati in modo molto muscoloso.
E poi il Roger-radar parte, a pieno ritmo, e io so che sono nei guai.
Non che lo faccia apposta, ma ci pensa Pipeman per me. Si sarebbe azzuffato comunque, nelle condizioni in cui era, solo che il suo tempismo è stato perfetto. Mentre guarda le due donne che litigano per l'orecchio, in un incanto da ubriaco, Pipeman decide improvvisamente che deve averlo lui. Quindi fa un balzo, che per caso taglia la strada che passa tra me e il proprietario del negozio, e in quattro secondi il negozio è un bailamme di pugni di scheletro che volano e colorite imprecazioni brasiliane.
Ne veniamo fuori, ma non so come. A un certo punto mi ritrovo faccia a faccia con uno dei gorilla, che mi mette una mano d'osso sorprendentemente grande e gentile sulla testa e comincia a sollevarmi da terra.
«Non fargli del male!» grida il piccoletto dall'interno del negozio, dove una delle donne, rimasta a bocca asciutta nell'affare dell'orecchio, lo sta picchiando violentemente con la borsetta. «Raoul! Non torcergli nemmeno un capello!»
Che è quasi l'unica cosa che Raoul mi sta torcendo, visto che mi ha preso per i capelli a spazzola.
«Hai sentito, Raoul?» grido, ma ecco che Pipeman fa irruzione sulla scena.
«Hai sentito quell'uomo?» grida Pipeman, infilandosi tra Raoul e me e rialzandosi ondeggiando. Raoul mi lascia andare al secondo pugno e rivolge la sua attenzione da gorilla su Pipeman, che mi ha preso per un braccio.
«Via!» grida. Ci facciamo strada tra la folla verso la porta d'entrata. Pipeman cuneo vivente, e i suoi pugni incazzati, ci fanno arrivare fino alla porta prima che fuori la folla di skel curiosi ci blocchi la strada.
Pipeman si ferma, spalanca la bocca, e grida: «Conga!»
Ed ecco come riusciamo a scappare. D'un tratto Pipeman è dietro di me, con le mani sui miei fianchi, dondolando a una melodia inesistente, buttando in fuori i piedi prima da una parte e poi dall'altra. E questa folla, nessuna folla, almeno non a Rio e non con tutta quella follia e tutto quell'alcool in corpo, può resistere. Si stanno tutti allineando dietro di lui, e subito stiamo ballando e serpeggiando per la via, mentre arrivano le auto della polizia, con le sirene accese, solo per aggiungere alla fila gli sbirri brasiliani!
E poi compare la vera musica, che sorge dalle strade, uno-due-tre-quattro-uno-cha, uno-due-tre-quattro-uno-cha, e noi che serpeggiamo per tutta la città, io in testa, con gli skel che mi ficcano Carta Bianca in una mano, e rum e Coca nell'altra. E io ho un grande successo, sono la celebrità della notte, yeah! e via con la conga per tutta Rio, migliaia e poi milioni di skel dietro di me, e Pipeman che agita un dito in aria, uno-due-tre-quattro-uno-cha,musica dappertutto, chitarre, e mi mettono in mano le marimbas, cha-cha-boom, cha-cha-boom! e poi la Filarmonica, che salta fuori dall'Opera, con tutti gli strumenti, e si mette a ballare per strada, e si unisce alla nostra pazza fila, tutta la città di Rio,che a proposito sembra che non sia stata nemmeno toccata, voglio dire qui hanno sempre fatto festa, e dubito che si siano accorti della differenza quando sono arrivati gli ossi, tutti skel in vista, e scopro più tardi che hanno diramato la notizia che in Brasile, e in tutto il Sud America, non ci sono più umani, e la rivelazione ha solo aumentato la frenesia del Martedì Grasso, la festa più grande di tutte, e io in testa!
Vengo a sapere in seguito, da una fonte inattendibile di nome Pipeman, che Capitan Bob è stato visto proprio in fondo alla fila, con tutte e due le sue pupe d'osso, una cosa per la quale darei un sacco di dineros per vedere in fotografia, ma ahimè.
3
La nostra missione continua. Dopo Rio ci sono altri paesi, altre griglie. Siamo l'aspirapolvere del mondo degli scheletri, perché è questo che sta diventando la terra. Voliamo su ogni pollice quadrato della Cina. Devo confessarlo, lì non ci siamo divertiti. Voglio dire, prima c'erano miliardi di Cinesi, adesso ci sono miliardi di scheletri cinesi. Se c'è una differenza, io non la vedo. Beijing è un disastro, è stata quasi tutta distrutta. Credo che ce l'abbiano ancora con noi per quella faccenda di Nixon. Il cibo puzza. Voglio dire, ho mangiato cibo cinese migliore al Rodeo Drive alle tre del mattino. Non posso dire che mi dispiace andarmene. Anche Pipeman qui è poco socievole, hanno cominciato a proibire la birra, hanno bisogno del grano per dar da mangiare alla gente o a qualche beone.
Il Canada è un po' meglio. Fa freddo, è inverno inoltrato, ma qui giocano sempre a hockey, e c'è un tappo di birra ad ogni passo. A Pipeman piace davvero molto. Si trova anche una ragazza, e la cosa mi fa sentire un po' solo, perché che io sia dannato se ho intenzione di uscire con una di queste scheletrine. Ho davvero nostalgia della vecchia Rita.
Ben presto sono così arrapato che se ne accorge persino Capitan Bob. Ci fermeremo una settimana a Calgary, mentre mettono a punto il motore dell'aereo. Quando Pipeman decifra illegalmente il messaggio successivo di Stanton a Capitan Bob, in mezzo a tutte le lodi e le belle notizie c'è un bell'enigma: METTETE LA CENA SUL FUOCO.
Pipeman sorride e mi da una pacca sulla schiena. «Sembra che per una volta mi abbiano ascoltato, Rog,» dice.
«Cosa?»
«Non preoccuparti, Rog, non preoccuparti. Diciamo soltanto che il capitano e io abbiamo avuto una piccola idea.»
Quella sera, mentre Pipeman si prepara per la sua escursione notturna in città, mi invita a cena.
«Sei sicuro?» dico io.
«Nessuna intromissione,» dice. Continua a fischiettare, mentre si tira a lucido. Io mi dico, e che diavolo, ci vado, e mi vesto anch'io. Pulisco i vecchi stivali, liscio la vecchia zazzera, spazzolo i vecchi denti. Dopo aver mangiato con Pipeman e la sua tipa posso sempre infilarmi in un bar e bere Canadian finché le pupille non rotolano dentro la testa.
Soltanto che quando arriviamo al ristorante, la ragazza di Pipeman, Maureen, non è da sola. La prima cosa che noto è una squadra di sicurezza a tutte le porte, gran sfoggio di muscoli con pistole e denti stretti. La seconda cosa che noto è che seduta al tavolo vicino alla magra e ossuta Maureen, con un'aria da coniglio spaventato, c'è una... donna umana.
«Cosa?»
«Buon Natale, Rog!» grida Pipeman. «E felice compleanno! E allegra Giornata della Marmotta, e fottuto Quattro di Luglio!»
Sono imbambolato. Sono stato in volo tanto tempo con gli skel,ho avuto a che fare solo con skel,sono mesi che non vedo un'altra faccia umana, a parte la mia adorata tutte le mattine allo specchio, e lei è bellissima!
«Vieni a conoscere l'ultima donna umana del Canada!» dice Pipeman come presentazione. Poi tira fuori un foglietto di tasca e dice: «Il suo nome è... Adelaide Moore. Ultima di...» Pipeman qui si interrompe e scoppia a ridere, travolto dal proprio senso dell'umorismo. «Edmonton.» Si gira verso di me. «E questo, Adelaide, è il nostro Roger Garber, alias rock promoter di prima classe, cantante, e autore di canzoni, Roger Garbage!» I begli occhi della bella ragazza lanciano fiamme. Io balbetto, «Uh, hi.»
Lei mi sputa addosso, e mi centra proprio in faccia.
Pipeman ride e si siede. «Grande inizio! Cameriere!» chiama, e subito arrivano due skel che si inchinano e strisciano, sento che c'è il lungo braccio del governo, date loro tutto quello che vogliono, prendetevi cura di loro, sono tipi importanti, mi raccomando, belli. Adesso capisco i gorilla alle uscite.
«Ascolta,» dico alla ragazza, ma lei mi sputa addosso ancora, uno sputo sulla giacca di pelle. Quando mi siedo, però, lei cerca di cavarmi gli occhi con le unghie.
«Hey!» la riprende Pipeman, e stavolta non ride. Mi irrita, quello si sta esibendo per la sua ragazza, e gioca a fare il federale.
In un baleno due gorilla sono al nostro fianco, pronti al cipiglio di Pipeman, che guarda Adelaide e dice: «La nostra piccola chiacchierata non significa nulla?»
Lei è come una tigre al guinzaglio, e la furia divampa in quegli occhi verdi, in quei bellissimi, profondi occhi verdi. Ma rimane al suo posto, e si appoggia allo schienale. È ovvio che preferirebbe lottare con chiunque qui dentro, me o gli skel,chiunque in cui piantare le unghie.
«Brava ragazza,» dice Pipeman, rimandando a posto i gorilla. «Mangiamo!» dice brillantemente, sempre esibendosi per quella sua adorante, imbranata, sottospecie di ragazza.
Il cameriere porta il menu. Pipeman mi guarda di nascosto mentre lo apro. Non lo deludo, i miei occhi quasi schizzano dalle orbite.
Carne sulla lista! Fagiano, Tartare, bistecche, cosciotto di agnello, carne!
Guardo Pipeman incredulo. Si rivolge a tutto il tavolo con la sua esibizione di magnanimità: «Tutto quello che c'è sul menu è disponibile!»
«Come...?»
Pipeman sorride. «Anteguerra,» dice. «Ben conservata. Tutta surgelata, naturalmente. Ma posso assicurarti che il petto di fagiano è eccellente.»Guarda la sua ragazza, Maureen, e le fa l'occhiolino. In quel momento ho voglia di polverizzarlo.
Adelaide ha dato uno sguardo al menu, mostrando un'ombra della mia stessa sorpresa, poi l'ha chiuso e l'ha rimesso sul tavolo.
Il cameriere è tornato e aspetta.
«Rog?» dice Pipeman, recitando la parte dell'ospite untuoso.
Io guardo Adelaide. «Um, io, um...»
«Al diavolo!» grida allegramente Pipeman. «Filet mignon per tutti! E casse di Dom Perignon!»
La sua ragazza, Maureen, si scioglie in un risolino deliziato. Ancora una volta mi immagino con le mani attorno al collo di Pipeman, che gli dò una bella stretta e lo guardo che scompare in uno sbuffo di talco...
Lo champagne, la prima di molte bottiglie, arriva immediatamente. Pipeman leva il bicchiere ancora prima che il cameriere abbia finito di riempire il mio.
«Un brindisi!» dice. «All'amore!» Guarda me e Adelaide, e poi Maureen, che ride scioccamente, e lo giuro, arrossisce.
Sollevo fiaccamente il bicchiere, ma d'un tratto mi sento proprio a disagio. È una sensazione che non conosco, e non mi piace. Non è come quel gong che sento quando il vecchio Rog è nei guai. È qualcosa, oserei dire, di più profondo e inquietante. Voglio dire, mi trovo qui in un locale pieno di skel,in questo mondo pieno di skel,con l'unica donna umana ancora viva in tutto il Canada, e d'un tratto non ne sono felice. Voglio dire, questa festa non è davvero per Adelaide e me, o per il genere umano, vero? Voglio dire, non è per festeggiare noi, sapete? Stiamo parlando di spolpare la carne fino all'osso.
Cosa ca...
«Bevete!» ci ordina quasi Pipeman. Sta scoppiettando di stupidità imbecille e amore adolescenziale.
«Salute,» dico in modo poco convincente, alzando il bicchiere. Guardo Adelaide, e lei mi sta guardando con attenzione, con i verdi occhi a fessura. Cerco di sorriderle, ma mi rendo conto di quanto sembri disgustoso.
Improvvisamente anche lei alza il bicchiere e lo vuota in fretta, poi mi guarda ancora e mi rivolge un sorrisetto estremamente cinico, e molto astuto.
4
E così la cena continua. E continua. Pipeman si premura di spiegarci come tutto sia meraviglioso, e raro, dagli asparagi - «Sapete, quei campi di asparagi in California sono stati devastati per diverso tempo, è stato duro prendere quei babbei, sembra che molti Indiani fossero sepolti in quei solchi, ma ho fatto uno sforzo eccezionale per portare qui stasera questo raro vegetale, per questa eccezionale occasione» - al dessert - «Ve lo dico io, quasi tutti i macchinari per la produzione del sorbetto sono stati distrutti durante i primi giorni di guerra, ma ho preso accordi eccezionali perché venisse costruito un nuovo macchinario, in modo che noi potessimo avere questa meraviglia al limone per questa serata davvero eccezionale.»Ho voglia di dirglielo io quanto è stata eccezionale, che non ho mangiato un dannatissimo boccone. È ancora tutto lì sul mio piatto, mentre uno scheletro cameriere leccapiedi dopo l'altro me lo mettono con delicatezza davanti e dopo otto minuti me lo riportano via. Il mio stomaco è tutto un groviglio. Davvero non riesco a capire perché, non sono gli ormoni, con quella rossa mozzafiato seduta a un metro da me, non è il cibo troppo elaborato. Quello che voglio davvero fare è spararmi un vassoio di coca su per il naso e dimenticare tutta la faccenda. Magari mettere su un nastro degli Stones, uno di quelli della prima London Records, e andarmene in giro a parlare da solo. Soltanto questo.
Ma Adelaide la Rossa sembra che adesso si diverta un mucchio. D'un tratto non solo ha appetito, ma ha anche una bocca, e sta ingurgitando ogni cosa che vede, e bevendo tutto quello che le mettono di fronte. Smetto di contare dopo quattro bicchieri di champagne, e adesso stiamo parlando del qui presente Dom, che naturalmente Pipeman ci ha detto essere estremamente difficile da trovare adesso, perché molte casse di quelle in commercio sono state o spaccate o più probabilmente bevute da umani dispettosi, e molti vigneti sono stati arati dagli skel risorgenti, oppure devastati dalla Guerra. Bla-bla-bla. E parla, parla, ma io sono stupito da questa donna umana, che mi ha conquistato non solo l'inguine ma anche il cuore, e adesso sembra ubriaca fradicia, e unisce il bicchiere a quello della sciocca Maureen, che ha smesso di rivolgere a lei e a me quello sguardo tipico da skel che vorrebbe ammazzarci, mentre il suo livello alcoolico è salito alle stelle. Non capisco! Si stanno divertendo tutti tranne me!
Io, il Re dei Party!
«Andiamo, Rog! Andiamo!» Mi rimprovera Pipeman. E io ci provo, ci provo davvero, ma è proprio il modo in cui Adelaide continua a guardarmi, con quel sorrisetto brusco, per tutto il tempo in cui mette in scena il meraviglioso atto da party-girl.
Improvvisamente ho voglia di vomitare.
E non sto scherzando. Mi alzo da tavola, borbotto una specie di scuse, e barcollo via, notando che Pipeman fa cenno ai gorilla che è tutto okay prima che mi lascino passare. Mi butto contro la porta del bagno degli uomini e arrivo appena in tempo al lavandino prima che venga su tutto quello che non ho nello stomaco, perché non ho mangiato. È quasi tutta bile. Ed eccomi lì, chino sul lavandino come uno scolaretto con la nausea, desiderando di essere in qualsiasi altro posto al mondo. Desiderando di vedermi davanti agli occhi la faccia di chiunque, ma non quella della rossa là fuori, che sento ridere con quella risata sonora e falsa mentre Pipeman finisce di raccontare una delle sue stupide storie da federale ex agente della CIA...
Voglio dire, Gesù, questa è una brutta notizia per me, il Re dei Party. Non riesco nemmeno a tirare un po' di coca su per il naso; quando la prendo e la guardo, ancora nella busta, mi viene voglia di vomitare di nuovo, e subito esaudisco il mio desiderio. Riesco a malapena a rimettermi la roba in tasca, senza guardare che vola dappertutto.
Polvere, proprio come d'un tratto vorrei vedere tutti quegli skel: polvere...
«Hey, Rog!» arriva rombando in quello stesso istante la voce di Pipeman dalle porte oscillanti. E sta entrando, lo stecchino, e mi mette il braccio gelido attorno alle spalle.
«Hey, Rog, allora, qual è il problema?»
«Lasciami... solo,» sputacchio. Dev'essere il tono della mia voce, o forse non ci bada, perché indietreggia vacillando, ridacchia, e dice, «Okay, okay, tanto abbiamo finito qui per stasera, ce ne andiamo, è tempo di camera d'albergo.»
Ed esce fischiettando. Quando mi passo la manica davanti alla bocca e lo seguo, tutti si stanno alzando da tavola e si preparano per andarsene.
Adelaide sta aspettando me. La sua espressione non è cambiata. Potrebbe aver buttato giù un gallone di Dom Perignon, ed essersi succhiata tre piante di ortica dopo cena, ma è sobria come una volpe, e lo sappiamo tutti e due.
«Vieni, zuccherino,» mugola prendendomi per un braccio mentre io traballo fino da lei.
Ed eccoci fuori nella notte, e nella limousine bianca noleggiata da Pipeman, sui sedili posteriori, dove Pipeman e la sua scheletrina stanno già ridacchiando e palpandosi reciprocamente. Io mi siedo, a testa bassa, e inesplicabilmente Adelaide comincia ad accarezzarmi la nuca con le sue dita morbide, affondando appena un po' troppo le unghie, a graffiarmi solo un poco, finché arriviamo, dopo minuti che sembrano ore, all'Hotel Maurice, il più bello di tutta Calgary, un castello con tanto di torri illuminato nella notte, e uno splendido lampadario di cristallo nell'ingresso. Scendiamo dalla limousine e ci incamminiamo sulla passatoia rossa, con tutti quegli scheletri aiuto-cameriere in uniforme rossa e nera che si inchinano in quella luce abbagliante, e passiamo davanti al banco della reception, e entriamo nel lucido ascensore di ottone, grande come una camera da letto, con un corrimano di mogano tutt'attorno, e su fino a non so che piano, e fuori. Pipeman e Maureen, già mezzo svestiti e sghignazzanti come studentelli idioti sul sedile posteriore di una Chevrolet, ci augurano una ridacchiante buonanotte. Poi Adelaide e io ci troviamo nella nostra suite e la porta si chiude.
«E adesso,» dice Adelaide, e non mugola affatto. È come se avesse aspettato tutta la sera per dirlo in questo modo, e di sicuro l'ha fatto. Tutto quello che posso fare è crollare sul pavimento e gemere, domandandomi ancora cosa diavolo ho che non va, e cos'ha il mio cervello.
«Mi hai drogato?» chiedo.
«No.»
«Mi ha drogato qualcun altro?»
«Alzati, verme.»
Mi sollevo in ginocchio, nella posizione più appropriata per implorare, e la guardo. Vedo gli occhi fiammeggianti, e la volpe ridiventata tigre.
«Oh, Gesù,» dico spostando gli occhi sulla moquette con la voglia di vomitare ancora.
Lei ride.
Quando rialzo gli occhi, vedo, quasi con sollievo, che è riuscita a nascondere un'arma, un tagliacarte, o uno stiletto. Non riesco a spiegarlo, ma tutto ciò che desidero che faccia adesso è tagliarmi a pezzettini e far smettere questo dolore lancinante.
«Davvero non lo sai?» dice.
«Eh?»
«Davvero non ti rendi conto di quanto sei spregevole, di quello che hai fatto.»
«Cosa? Chi? Io?»
La guardo attraverso le improvvise lacrime - da dove diavolo vengono? - e vedo che solleva un piede all'indietro e mi molla un calcio. Vedo effettivamente il piede che si avvicina alla mia faccia come in un cartone animato. Quasi con piacere sento il dolore dell'impatto fisico spazzare via l'altro male. Cado giù, e piango.
«Gesù...»
«Non ti aiuterà, bastardo,» dice. «Forse non hai sentito, ma c'è persino stata una setta che lo cercava, per vedere se sarebbe ritornato in vita come tutti gli altri. Naturalmente avrebbe solo provato che non era Dio, giusto? Non l'hanno trovato. Dopodiché alla setta hanno aderito più membri che mai. Non lo trovi comico?»
Provo a sollevarmi un poco, e mi molla un altro calcio, quel piede da cartone animato che diventa sempre più grande man mano che si avvicina alla mia faccia. Credo che mi sia sfuggito un grugnito di piacere.
«Lascia che ti parli di me,» dice. Non ho mai sentito una persona con tanto veleno nella voce, nemmeno Carl Peters alla Roundabout Records quando strapazzava Randy Pants e Brutus Johnson dopo che erano stati beccati con due belle ragazze nubili che, incidentalmente, gli avevo procurato io, ed era saltato fuori che avevano tredici anni, un fatto che minacciava di stroncare la loro carriera. «Sei pronto?»
Io mi tiro su sui gomiti, vorrei un altro calcio. Misericordiosamente arriva. «Sì,» dico con la bocca impastata di sangue.
«Bene. È una storia semplice. Ce n'erano molte altre, miliardi di altre storie proprio come questa. Ero cinquanta piedi sottoterra, in una camera blindata del Tesoro Canadese, quando il tuo meraviglioso aeroplano mi ha trovato. Cinque mesi fa avevo un marito nella commissione per il Commercio, una bella casa e due bambini. Ti lascio immaginare cosa ne è stato di tutto questo quando sono arrivati gli scheletri. Ho raggiunto la camera blindata con altre tre persone. Eravamo in contatto con altri sotterranei, e stavamo facendo dei piani per un'azione di guerriglia. Avevamo già fatto saltare in aria un paio delle loro banche, stavamo facendo progressi. Secondo i nostri calcoli, due settimane fa c'erano ancora migliaia di umani in questa provincia, e forse cinquantamila in tutto il Canada. Più che abbastanza per continuare a combattere.
«Poi è successa una strana cosa. Ad uno ad uno dai sotterranei sono scomparsi i contatti, e quelli con cui eravamo in comunicazione. Come pedine del domino, e le pedine cadevano in fila. E poi c'è stato solo silenzio, finché due giorni fa i soldati scheletri hanno bussato alla nostra porta, e l'hanno fatta esplodere.
«Due delle tre persone che erano con me hanno commesso un vero suicidio, come lo chiamava il movimento clandestino che l'ha ideato. Si tratta di una doppia dose di cianuro che uccide una volta, e poi uccide una seconda volta. Il terzo è stato convertito sul posto e ha rivelato ai soldati dov'ero nascosta.
«Gli ci è voluto del tempo per trovarmi, ma questa mattina mi hanno preso, e trascinato fuori dal mio nascondiglio. Stavo per prendere il cianuro, quando mi hanno detto che mi avrebbero messo in ordine per incontrare un uomo molto importante, un umano,che aveva fatto tanto per loro, e che adesso aveva una missione importantissima, e aveva bisogno di essere confortato.»
Mi molla un altro calcio. Io resto a terra, e piango. «Ho cercato solo...»
«Hai cercato solo cosa?»mi grida. Poi si butta sul pavimento vicino a me, stringendo lo stiletto al punto che le sbiancano le nocche, e me lo mette davanti alla faccia, e con l'altra mano mi scuote per i capelli a spazzola.
«Io... oh, Gesù,» mi lamento, «ho cercato solo di sopravvivere...»
Bussano alla porta. Sento la voce di Pipeman, leggermente preoccupata nonostante l'allegria. «Tutto bene lì dentro, Rog?»
Tiro su col naso, faccio un bel respiro, e dico, più normalmente che posso: «Va tutto bene, Pipeman.»
Un momento di silenzio, poi ride. «Okay, amico,» dice. «Non fare niente che non farei anch'io!»
Se n'è andato, e io guardo Adelaide, china su di me, che mi fissa con cattiveria.
«Cosa devi fare per loro?»
«Non lo so...»
«Cos'è questa "missione importantissima"?»
«Ha qualcosa a che fare con una visione avuta da Lincoln, qualcosa a che fare con gli ultimi umani.» La mano si stringe molto forte sullo stiletto. L'altra mi tira molto forte i capelli. Scopre i denti, delle belle cosine diritte, incapsulate e bianchissime, e una capsula sembra troppo lunga. Ho la folle idea che avrebbe avuto successo nel business della musica, due chiacchiere, un paio di bicchieri, tiro fuori il contratto, e firma i documenti per un anticipo incredibilmente basso, la tipa ha il carattere che ci vuole...
E poi la porta si spalanca verso l'interno, mostrando l'enorme stivale di un gorilla di Pipeman. In due balzano nella stanza stile commando e riempiono Adelaide di pallottole. Adelaide lascia andare lo stiletto e barcolla all'indietro, e la lama cadendo sulla moquette mi sfiora la gola. Adelaide sta mordendo qualcosa, mi guarda negli occhi, e io so cosa contiene quella capsula leggermente diversa che ha in bocca. Continua a fissarmi, mentre i proiettili la fanno piegare in due, e poi ecco che fa effetto il cianuro. Cade, e il lieve sorriso diretto a me cade con lei. Il suo corpo si inarca e resta immobile, poi si inarca di nuovo, e va in polvere.
«Dannazione,» dice un gorilla.
Pipeman entra a lunghi passi nella stanza, spinge da parte i gorilla. Indossa un'elegante vestaglia di seta. Abbassa gli occhi sul mucchietto di polvere, e anche lui dice, «Dannazione.» Si gira verso un gorilla. «Fate salire la donna delle pulizie.» Poi mi guarda. «Stai bene, Rog?» Io lo guardo, e sento ancora il sapore del sangue, e mi passo un dito sulla striscia dove lo stiletto di Adelaide ha tagliato una fettina di collo, ma non esce nemmeno un po' di liquido rosso. Lo guardo ancora, alzo le spalle, e dico, «Dannazione.»
5
E prima ancora di rendercene conto, dopo pochi giorni di riposo per riprenderci, siamo di nuovo in cielo. Solo che adesso le cose sono diverse. Prima di tutto con Pipeman, la cui scheletrìna, Maureen, l'ha lasciato per un gorilla; non solo, si è beccato una sfuriata per il casino in cui mi ha cacciato, e adesso è di corvé. Devo riconoscere che mi diverte vedere il suo aspetto da cane bastonato mentre pulisce il gabinetto, e serve la cena a Capitan Bob e a me, e a tutti gli altri. Soprattutto sono contento che gli abbiano ordinato di non rivolgermi la parola. Ho paura che se dicesse qualcosa, qualsiasi cosa, aprirei il primo finestrino dell'aereo con i vetri tripli e lo butterei fuori. E secondo, le cose sono cambiate anche per me. Non sono fissato, né altro, un paio di giorni a letto senza Adelaide lì a fissarmi hanno risolto tutto, non ho più incubi che riguardano lei. Voglio dire, non so ancora cosa mi ha preso, per volere che mi uccidesse in quel modo. Dovrei andare da uno strizzacervelli. Coca e Carta Bianca aiutano. Adesso passo la maggior parte del tempo rinchiuso. Avere il cervello in pappa fa volare le giornate. A Capitan Bob non sembra che importi. Ha fatto insonorizzare tutta la cabina in fondo all'aereo quando sono state effettuate le riparazioni, e adesso posso sentire l'impianto stereo di Pipeman col volume alto quanto mi pare. Il Capitano è stato tanto gentile da tappezzarmi un'intera parete di CD, ogni genere dal jazz al metal, un piccolo gesto, dice con una solenne strizzatina d'occhio, per quella conga giù a Rio.
Ah, la lealtà.
Ma in me c'è ancora qualcosa che non va, perché niente - né la musica, né la droga, né l'alcool - riesce a farmi venire voglia di far casino. Voglio dire, gli scienziati dicono che anche un vegetale, come quello che ho cercato di diventare io, ha dei sentimenti, giusto?
Credo di sentirmi... solo.
È questo il punto? Che con tutta questa umanità che è stata estirpata dalla terra strato dopo strato, ho nostalgia del genere umano? Non ha proprio senso. Voglio dire, cos'ha mai fatto il genere umano per me, o per chiunque altro, a parte pisciarci addosso? Milioni di anni di evoluzione; e il prodotto finale è un ebete a due gambe che raccoglie il primo bastone un po' lungo che gli capita e lo usa per ridurre l'ebete più vicino in una poltiglia sanguinolenta. E sento la mancanza di quell'ebete?
Vaffanculo.
Metto su un altro CD, il primo che mi viene sotto mano. Chiudo gli occhi, mi bevo un goccio di Carta Bianca, sbatto quel disco nel lettore, alzo il volume, e chi se ne frega. Sento la chitarra nervosa di Brutus Johnson avrebbe dovuto essere famoso, che attacca la canzone dei Vomits "Picchiami", l'antidoto perfetto. Con un po' di fortuna, non appena questo ingaggio aereo sarà finito, tornerò a lavorare con i Vomits, che secondo le ultime notizie stanno facendo il giro dei bar di Vancouver, e sono ancora arrabbiati con me per quella storia dell'Albero Solitario. Ma quando vedranno il contratto che ho pronto per loro si faranno vivi. In un attimo sto saltellando per questo universo insonorizzato, e rimbalzo sulle pareti come una palla della Spaulding, urlando e strillando e sperimentando virtuosismi con una chitarra fatta d'aria, mentre là davanti spediscono quei raggi cazzuti giù sulla terra, e scovano gli ultimi umani di Nome, Alaska, gli ultimi di tutto il mondo per quello che ne so, perché mi hanno detto che prestissimo, per la verità prima della fine della settimana, ce ne saranno solo tre, contali, tre, esseri umani rimasti in tutto il fottuto mondo:
Picchiami!
Yeah baby baby baby
Picchiami!
Coraggio dai avanti forza
Picchiami!
Hey papi papi papi
Picchiami...
6
E così, quattro giorni dopo, prima del previsto, è tempo di «Missione Impossibile". Mi sento come Peter Graves prima di far partire il nastro. Solo che invece del nastro io ho Capitan Bob, e lui purtroppo non scompare in uno sbuffo di fumo quando la storia è finita. Sarà sempre un pisciatoio, dritto come un fuso, una freccia della giustizia americana, pronto ad andare ovunque, a infilare la testa in ogni buco. Adesso però ha lasciato il comando a Capitan Bob Jr., e mi sta dicendo, finalmente, qual è la mia parte in questa faccenda.
«Sono laggiù sull'isola, da qualche parte!» grida. Ha insistito perché tenessimo il piccolo, storico incontro nella cabina dalla quale sono stato fino a questo momento esiliato. Per fortuna. Qui dentro il gemito dei reattori è rumoroso da maledetto, e noto con sorpresa che affondiamo fino alle ginocchia nei sacchetti vuoti degli snack: palline soffiate al formaggio, sfogliatine di grano e patate di ogni foggia e consistenza, ciambelline salate. Bene, bene, forse dopotutto Capitan Bob non è così fuso. Adesso so perché non mi voleva qui dentro, avrebbe rovinato la sua immagine.
«Quello che devi fare!» grida Capitan Bob, alzando la voce mentre Capitan Bob Jr. fa gemere ancora più forte i motori eseguendo una virata stretta; lo stiamo facendo da ore, inclinandoci e virando, e girando in tondo su quell'isoletta là sotto, e ad ogni giro passiamo sopra alla nave tirata in secco, e al pallone lacero e sgonfio legato lì vicino, e io mi sento stordito, e mi sta venendo il mal d'aria. «Quello che devi fare è andare immediatamente sotto coperta! Ti lanceremo dalla parte opposta dell'isola! Quando entri in contatto, raggiungi un luogo elevato e avvisaci con questa radio!» Mi dà una cosa lunga e sottile, e cerca di farmi vedere come devo legarmela al fianco sotto la camicia, ma riesco a recepire solo una parola tra tutte quelle che ha detto.
«Hai detto "lanciare"?»
«Sì! È l'unico modo! Non possiamo certo atterrare in acqua! E per portarti sulla terraferma, e poi di nuovo qui, con una barca, ci vorrebbero giorni! Vogliono che venga fatto così!»
«Così niente, fratello,» dico, ma mi ha già stretto le spalle in una presa alla John Wayne, con due mani e gli occhi fissi nei miei. Mi faccio forza per non tremare, per concentrarmi sul sudario di Capitan Bob, e sul cappello di Capitan Bob, e non sulle orbite oculari da scheletro che sono sotto la visiera.
«Tu andrai laggiù, col paracadute o senza!» dice. «Scegli! Ti butto fuori io!»
Guardo quegli occhi, sento quella stretta, e gli credo.
Due ore dopo sono nella pancia del meraviglioso aereo, con Pipeman che striscia e si inchina a Capitan Bob, pulisce davanti al portellone con la scopa, apre il portellone, e nell'intento per poco cade fuori. Nel frattempo Capitan Bob mi sta spiegando, con molta foga, come si atterra col paracadute dopo essere saltato giù da un grosso jet. Almeno qui riesco a sentirlo, anche se quello che dice non mi piace molto.
«Non devi fare niente!»dice. «Il paracadute si aprirà da solo, quando avrò attaccato la cordicella a quell'anello!» Mi mostra un grande anello vicino alla parte superiore del portellone. «Atterrerai sulla sabbia, ma cerca di piegare le ginocchia, per ammortizzare l'impatto in posizione molleggiata! Attenuerà la caduta!»
Si aspetta che confermi che ho capito tutto, ma io non so fare altro che guardare fuori dal portellone quell'isoletta sulla quale stiamo volando, e ho voglia di vomitare.
«Capito?» dice Capitan Bob.
Stiamo ritornando sulla spiaggia, e io voglio solo continuare a girare, così non devo più saltare.
«Non capisco,» dico.
«Cosa!»
«Perché non li convertono, e basta?»
«È così che vuole il Presidente. Arriverà domani, in persona!»
«Ancora non capisco.»
Si sente un bip e la voce di Capitan Bob Jr. si diffonde dall'interfono e si perde nel rumore dei reattori. «Siamo sul bersaglio, Capitano!»
«Ricevuto!» dice Capitan Bob, e poi a me: «Ora di andare, soldato.»
«Soldato i miei coglioni,» dico. Sono talmente fatto di coca e di alcool che è uno shock totale scoprire di avere ancora tanta paura da aver bisogno di svuotare la vescica. «Fottetevi.»
«È il tuo grande giorno, figliolo!»
Senza aggiungere una parola, con una mossa così semplice che sono costretto ad ammirare, Capitan Bob, che mantiene le sue promesse, attacca il cavo di spiegamento all'anello, mi solleva come un sacco di patate e mi lancia fuori nel...
NULLA!
Oh, Dio, penso, alla fine è giunta l'ora di morire. Ma non sto pensando molto, trascorro invece il mio tempo urlando e facendo capriole. Mi giro sulla schiena e improvvisamente mi stabilizzo, e vedo il portellone che si allontana da me, una lunga corda sottile come un cordone ombelicale, e la faccia da furetto di Pipeman nell'apertura del portellone.
«Ci vediamo, Rog! Figlio di puttana!»
Me ne vado con una giravolta, a faccia in giù. Ormai sono sicuro che il paracadute non si aprirà, perché l'isola si è ancorata sotto di me come il duro fondo del pozzo di un ascensore, e io sto cadendo verso di esso.
«Oh, Gesù, sto per morire!»
Ma poi sento uno strattone brusco, sento per un istante come se Capitan Bob mi avesse tirato con violenza dentro l'aeroplano, e fosse lì a battermi una mano sulla spalla e a dirmi, «Stavo solo scherzando, figliolo!», ma invece mi raddrizzo nella classica posizione di lancio, e guardo in su verso la bianca corolla di un paracadute. Più su vedo la pancia dell'aereo che risale e si allontana.
Chi l'avrebbe mai detto! E non mi sono nemmeno sporcato.
Sotto di me il terreno mi viene incontro in fretta. Ma adesso penso di potercela fare. C'è un gruppetto di alberi che non mi piace molto, ma scivola via, lasciando il posto a una striscia di spiaggia bella grossa. Scendo con un sibilo proprio nel mezzo. Al diavolo il capitano e la sua testina piena di muscoli. Avrei dovuto ascoltarlo, perché tengo le gambe rigide come assi da stiro e sento la gamba sulla quale atterro contrarsi un po'. Se c'è qualcuno sull'isola, non può fare a meno di sentire il mio strillo da donnicciola.
Un momento dopo sto strisciando sulla sabbia in preda al dolore, sicuro che la mia gamba si è spezzata in due. Quel bastardo di Capitan Bob. Voglio polverizzarlo, mischiare quello che resta con dell'acqua, farne una statuetta uguale a lui, e fracassarlo un'altra volta.
Ma no, la gamba non è rotta. Solo un po' strappata alla caviglia, posso persino alzarmi e camminare come Walter Brennan in "Un Dollaro d'Onore".
Ed è quello che faccio.
Sono a metà strada dagli alberi, e mi avvicino a ogni genere di versi animali, quando la radio sotto la mia camicia si accende, e l'altoparlante mi parla dritto contro le costole, facendomi un dannato solletico e facendomi sbellicare dalle risate.
La radio continua a parlare, e io adesso sono per terra, che non riesco a respirare, e sto cercando di staccare la dannata radio dalle strisce adesive per non morire dal ridere.
«S-sì?» riesco finalmente ad ansimare, strappando la radio dal fianco e portandola alla bocca. «Tutto sotto controllo, laggiù?» dice la voce fusa di Capitan Bob.
«S-sì, tutto a posto.»
«Bene! Chiamaci quando stabilisci un contatto! Chiudo!»
Senza dire né grazie né arrivederci, o aspettare che esprima tutte le tenerezze che sento nel cuore, la radio tace.
Proprio perché lo desidero ardentemente, premo il pulsante di chiamata, e quando Capitan Bob, immediatamente, risponde ansioso, «Cosa succede, soldato?», io gli dico, «Fottiti.»
7
Sotto la luna,
Sarai sincero?
Perché se no,
Ti castrerò!
Sotto la lu-u-u-na (wop-wop-wop-wop)
Mi dovrai baciare! (wop-wop-wop-wop)
O farò un'incisione (wop-wop-wop-wop)
Intorno al tuo pisellone! (wop-wop-wop... wop!)
Grande canzone, grande gruppo di ragazze, le Joylettes, 1979 circa. Ah, quelli erano giorni. Punk-rock. E anch'io mi sento grande, il vecchio Rog è tornato, forse è la vicinanza degli umani su quest'isola, o la lontananza da tutti quegli skel. Ma chi diavolo se ne frega del perché? Penso che in realtà fosse la lontananza da quello che mi fa davvero impazzire, la musica. Ah, il mio lavoro come agente segreto è quasi finito, poi via di nuovo con ì gruppi, a mettere insieme qualche nuovo numero, scrivere qualche canzone, fare un po' di promozione, il casino, le pupe, le sbronze, la droga - yeah!
Ah, questi pensieri sono come una boccata di aria fresca. La vecchia Adelaide ormai non è altro che il ricordo di un brutto viaggio sotto l'effetto di un acido. So io cosa è meglio, e cosa è meglio per Roger. Non scherzo. Cominciamo a toglierci dai piedi questo evento marginale, e poi vivrò gratis vita natural durante e dopo sulle code del frac del signor Lincoln. Perché quello che non capiscono gli skel è che sarò l'unico essere umano in tutto il mondo, l'unico gatto con due vite] Fantastico. Come avere un doppione di riserva nei pantaloni. Splen-di-do.
E questi umani non c'è voluto molto per trovarli. Voglio dire, hanno sistemato quest'isola come un circo. Animali, animali veri,dappertutto, e un gorilla dal quale intendo stare alla larga. Una palla di pelo dall'aria cattiva. I due umani, Lui e Lei, ovunque vanno si portano dietro due lupi, e anche diversi pappagalli e gazzelle e roditori che sguazzano e saltellano attorno. Lui e Lei. Non riesco proprio a capire, Lei sembra appena maggiorenne, e Lui è un Orientale, un tipo magro e duro, vagamente familiare. Si girano attorno come se camminassero sui gusci delle uova. Una parte di me vuole conoscere la loro storia; al resto di me, che è il novantanove per cento, non importa un fico.
Ho chiamato per radio, e li ho tenuti d'occhio tutto il pomeriggio, e quando è scesa la notte hanno acceso un fuoco e fatto qualcosa da mangiare. Adesso Lei sta riordinando. Vera roba da Due Cuori e Una Capanna. L'Orientale è andato a prendere dell'altra legna, o a farne un goccio, ma è il gorilla che tengo d'occhio mentre mangio la mia cena, splendide razioni da federali in carta oleata. Un altro motivo per voler rivedere Capitan Bob & Co.
Il gorilla è stupefacente. È quasi umano, porta i piatti al pentolone d'acqua che hanno preparato, attizza il fuoco con dei bastoncini, balla intorno a Lei come se fosse una specie di regina, e Lei lo tratta con regale deferenza. Guardo con invidia lo scimmione che raccoglie un po' del profumatissimo stufato di verdure avanzato in un recipiente per farci litigare gli altri animali. Ne avrei mangiato volentieri un po' anch'io...
«Salve,» mi dice una voce vicino all'orecchio.
Avrei dovuto saperlo che mi sarebbe arrivato alle spalle. Avrebbero dovuto essere ciechi e sordi tutti e due per non vedere l'aeroplano, il mio paracadute, o sentirmi strillare quando sono atterrato. Davvero di classe, da parte loro, contare sulla mia stupidità. Mi giro e rivolgo all'Orientale il Rog-ghigno brevettato. «Salve a te.»
Si siede accanto a me, con fare nient'affatto minaccioso, ma ho la sensazione che mi spezzerebbe in due se facessi qualche sciocchezza. La scimmia e la donna adesso ci stanno guardando.
«Ti va di unirti a noi?» dice con calma, in modo per quanto possibile amichevole.
«Puoi scommetterci!» dico alzandomi.
Si alza anche lui, con la mano tesa. «Forse mi conosci come Peter Sun.»
Peter Sun! Adesso so perché mi sembrava familiare. Gli stringo energicamente la mano. «Hey, tu sei il tipo che ha organizzato quella storia a Mosca! Tutti quei gruppi, il Giorno della Pace, tutto quanto! Io sono Roger Garbage, della Roundabout Records, abbiamo cercato di inserire nello show uno dei nostri gruppi, i Vomits, ma ci avete detto che accettavate solo numeri folcloristici, e che pagavate solo il trasporto. Brutta idea, amico...»
Annuisce distratto, come se si sforzasse di ricordare. «Già,» dice.
È vero, è vero, è stato un sacco di tempo fa, ne è passata di vodka sotto i ponti, e sono molto colpito dal tipo. Ha realizzato una Woodstock comunista, grande colpo per l'Ovest, il rock and roll e tutto il resto.
Si avvia verso il campo, e io lo seguo zoppicando.
«Sembra che sia rotta,» dice Pete, accennando alla mia gamba gonfia, e allungando una mano per aiutarmi.
«No, è solo una botta,» dico accettando lo stesso l'aiuto. Una corsa gratis è sempre una corsa gratis. «Mi sono fatto male giocando a minigolf.»
Lei mi sta aspettando. Senza dirmi una parola mi mette in mano un piatto di stufato di verdure. A quanto pare sapeva fin dall'inizio che sarei arrivato. Borbotto un grazie e attacco a mangiare, e intanto chiacchiero con loro due, ottenendo risposte cortesi da Pete Sun e nessuna risposta dalla pupa. Quei due sono seduti vicini, ma non così vicini, se capite cosa voglio dire.
Alla fine, dopo che ho rivolto un'osservazione intelligente a Lei, e aspetto una risposta ma Lei continua a fissarmi senza parlare, il vecchio Pete appoggia per un istante la mano sul ginocchio di Lei, lo toglie immediatamente, e dice: «Claire non parla.»
«Oh, va bene, mi dispiace. Hey,» aggiungo, «Però lo stufato era ottimo.»
Pete sorride assente, e mi lascia finire.
Voglio dire, è come se non ci fossi. Attorno a quei due c'è una specie di ribollimento, tre sono una folla, sapete? Va bene se ci sono, va bene se non ci sono. La scimmia sembra non gradirmi molto, e la faccenda mi rende un po' triste, perché in un numero potrebbe fare scalpore, forse si potrebbe anche insegnargli a tenere il tempo con un tamburello. Vi ricordate le Nuove Scimmie? Hey, perché no?
Così finisco il mio stufato, e naturalmente il vecchio Pete è stato molto gentile a lasciarmi mangiare e chiacchierare. Nell'aria c'è una domanda ovvia per tutti noi, e finalmente, dopo aver bevuto una tazza di vero caffè fatto da Lei, il vecchio Pete fa la domanda, anche se in un modo stranamente calmo.
«Posso chiederti perché ti trovi qui?»
«Io? Io, uh...»
«Abbiamo visto l'aeroplano. Ho un binocolo, e al portellone ho visto gli scheletri con te.»
«Uh.»
«Ho visto anche la tua radio.»
Preferirei che gridasse, si infuriasse, facesse il pazzo, e invece mi guarda con quella fottuta faccia calma.
«Io, um, beh...» Faccio spallucce.
«Ti hanno mandato giù per trovarci?»
E poi lo butto fuori, e non so nemmeno io perché: «Voi siete gli ultimi.»
Lui guarda a terra e dice, così piano che quasi non lo sento. «Sì.»
«Hey, niente di male.» Cerco di essere allegro, ma di colpo mi riassalgono i ricordi di quella notte con Adelaide, tutti quei dubbi che ho avuto, il fottuto dolore.
Pete Sun mi guarda e sorride appena. «Vuoi dire che noi tre siamo gli ultimi.»
«Uhhhh...» Ha ragione, ovviamente.
«Cos'hai intenzione di fare?» mi chiede, indicando la radio sotto la mia camicia.
«Uh, beh... non lo so.» Non lo sopporto. La donna mi sta guardando con quegli occhi da cucciolo, e io non riesco a pensare. Mi alzo, rovesciando il poco caffè rimasto, borbotto delle scuse e me ne vado barcollando. La testa mi gira come una trottola. Cosa diavolo mi succede? Perché non posso pensare chiaramente?
Ritorno incespicando su per la collina, via dal campo, zoppicando sulla mia gamba finché non sono ben dentro nella boscaglia. Alla fine mi fermo a sbattere la testa contro un albero, ma non serve. Ancora non riesco a mettere i miei pensieri in fila uno dietro l'altro. Di fronte a me c'è la faccia di Adelaide, che si beffa di me con quel suo sorriso. Adesso mi rendo conto che il suo sguardo era solo una versione più cinica di quelli di Peter Sun e della sua ragazza.
Giuda.
Ecco, l'ho detto. Continuo a zoppicare su per la collina. Gesù, la gamba fa davvero male. Penso a tutti quei vecchi film, Jeffrey Hunter, Max von Sydow nella parte di Gesù, quello sguardo duro e pietoso sulle loro facce quando dicono a Giuda di fare ciò che deve. Cos'hai intenzione di fare? mi ha chiesto il vecchio Pete, e aveva la stessa espressione.
Mi fermo a sbattere la testa contro un altro albero, ma il dolore è sempre lì dentro, spesso e vibrante, e senza nessuna intenzione di andarsene. Continuo a salire. Improvvisamente la notte si apre su di me, un manto di stelle, non mi ero accorto di quanto fosse buio là dentro. Sono davvero in alto, mi accorgo che sono arrivato proprio in cima alla grande collina dell'isola, e il vento freddo mi sferza la pelle, e sento il suono dell'acqua corrente poco lontano. Gesù, il cielo è bellissimo.
Proseguo, inciampando, mi lascio gli alberi alle spalle, sotto i piedi adesso ho la rocce. Il suono dell'acqua diventa più forte, sento gli spruzzi delle rapide, che in faccia accentuano la sensazione di freddo. Ed ecco che d'un tratto sono in vetta alla cascata dell'isola. Sotto la luce delle stelle è stupenda, è come se nelle profondità dell'abisso precipitassero diamanti. Tiro fuori la coca, poi la rimetto in tasca. Non mi serve, non voglio coca stavolta.
Gesù, per la prima volta da mesi sono lucido, né coca né alcool, e sto vedendo qualcosa che mi piace. Davvero sorprendente.
Cos'hai intenzione di fare?
Adesso è facile. Non sono Giuda. Di colpo la faccia di Adelaide mi sta sorridendo davvero, il dolore è scomparso, e tutto è chiaro. In nessun modo ho intenzione di lasciare che l'umanità venga spazzata via dalla faccia della terra. Non se posso evitarlo. Ho ancora un paio di risorse, posso tenere a bada gli skel per un poco, e inventare qualcosa.
Non sono per niente Giuda, per niente. Non io.
La mia radio fa un bip. Deve essere il momento del controllo. Adesso lo faccio, d'accordo. Farò ballare a questi ossi il mio ballo. Vecchio Roger Garbage, il fautore, l'uomo che ha salvato l'umanità! Eccomi, fratelli, sono io.
Mi sazio ancora una volta della scena che mi circonda. Mi sento umano. Lascio che la bellezza di tutto ciò mi pervada la vera pelle, e i veri occhi, e lascio che la sensazione dell'acqua mi spruzzi la vera faccia e le vere mani.
La radio fa un altro discreto bip, segnalandomi di farmi sentire, di tradire la razza umana, di essere Giuda.
Spiacente di deludervi, ossi.
Ho già in testa un piano, lo sto cucinando, farò in modo che Capitan Bob, e Stanton e il signor Lincoln e il vecchio Pipeman e tutti gli altri cerchino Pete Sun e sua moglie per mesi. Smetterò di tirare coca, e di bere.
La faccia di Adelaide è davanti a me, e mi manda dei baci. C'è anche il mio vecchio, con la mano alzata ferma a mandarmi un bacio anche lui, con un'espressione di perplesso orgoglio sui lineamenti da ubriacone, che dice, «Forse dopotutto non sei una merdaccia senza valore...»
Roger Garbage, salvatore dell'umanità, campione del mondo!
Heh-heeh. «Dannazione, Garber, fatti sentire!» gracchia la radio, rinunciando al bip discreto in cambio delle grida di Capitan Bob impregnate del ronzio dei reattori.
Infilo la mano sotto la camicia e tiro fuori la radio, e ficco il dito sul pulsante di chiamata.
«Oh, yeah, voi f...»
Mi cede la gamba, e con un grugnito cado in avanti, scivolo sul ciglio delle rocce e nella cascata, mentre il Roger-radar emette l'ululato più forte che ho mai sentito.
E mi vedo volare giù, e sento gli spruzzi freddi sulla faccia. Solo a tre quarti del tragitto verso il basso, mentre la superficie rocciosa si alza verso di me, mi rendo conto di cosa è successo e di cosa sta per succedere.
Mi resta appena tempo sufficiente per buttare fuori un bell'urlo acuto.
Poi mi schianto sulle rocce, con violenza, a testa in giù, e mi spiaccico proprio in mezzo a una grossa roccia piatta. Resto morto stecchito per circa cinque secondi, come la dissolvenza in un film.
E poi...
Rieccomi!
Roger è tornatooooooo!
Quante storie per tutta questa faccenda. Hey, osso non è male. Onestamente non posso dire di sentirmi molto diverso. Mi accorgo di una cosa, mentre mi metto comodo sulla mia roccia piatta, e cioè che il vecchio Pete aveva ragione, la mia gamba era rotta, una piccola frattura semplice visibile sotto il polpaccio. Oh, bene. Adesso funziona benissimo.
Ho un pensiero improvviso, orribile, infilo una tremante mano di scheletro in tasca...
Alleluia! La roba c'è ancora. Ne stendo una bella pista qui sulla roccia e me la sniffo.
Ahhh.
La radio, ancora fissata al mio fianco, salvata dal corpo che ha fatto da cuscinetto nella caduta, sta gracchiando ancora. È la voce di Capitan Bob che grida: «Dio ti maledica, Garber! Rispondi, soldato!» La tiro fuori. Esito un secondo prima di premere il pulsante per la chiamata di ritorno. Alzo gli occhi alla sommità della cascata, sulla sporgenza dalla quale ho appena fatto il volo del cigno. Scuoto la testa, domandandomi innanzitutto cosa diavolo ci facevo là sopra.
«Merda, amico, devo essere impazzito.»
Cos'hai intenzione di fare?
La risposta è facile, fratello.
Ridendo, con la coca che mi batte in testa proprio nel momento in cui io batto il pulsante della radio, interrompo lo sbraitare di Capitan Bob, e mi sento più che mai come il vecchio Rog. «Hey, ragazzi, Lui e Lei sono pronti per il raccolto! Il vecchio Rog è in pista! È tempo di festeggiare! Il soufflé degli ultimi umani è pronto! Tutti a tavola! Sono pronto, andiamo! Tempo di estinzione! Ya-hoo!
«VENITE A FARE UNA POLTIGLIA DI QUESTI BABBEI!»
CAPITOLO SEDICESIMO
DALLA SECONDA VITA DI ABRAMO LINCOLN
1
I miei sogni usavano spaventare Mary. Mi manca, a volte terribilmente. So che era fastidiosa, con le sue inquietudini e tutto il resto, ma lei era ciò che avevo, e il proverbio dice, «L'acqua non ti manca finché il pozzo non è asciutto.»
Beh, temo che il mio pozzo in quei giorni sia arrivato all'osso. Le mie tristi meditazioni mi erano sfuggite di mano, al punto che infastidivano persino me. So che è una considerazione molto analitica, ma devo confessare che l'interesse e il piacere provati in quella settimana mi erano venuti in gran parte dallo studio della cosiddetta scienza della mente. Sebbene debba riconoscere di non essere molto d'accordo con quel Freud, che avevo conosciuto poche settimane prima a Washington, penso che fosse sulla strada giusta.
Sembra che io sia un soggetto maniaco-depressivo. Diamine, se è così che chiamano un meditatore, allora sono colpevole. Un dottore che si chiamava Linus Pauling, piuttosto rinomato nella sua professione, suggerì in televisione che mi dessero una specie di droga per sollevarmi il morale. Chiamai quel dottore al telefono, e gli dissi che non esisteva nessuna pillola in grado di sollevare il mio problema.
«L'unica pillola,» dissi, «è la fine di questa guerra.»
«Ma signor Presidente,» disse lui, «la guerra sta andando bene!»
«Le guerre non vanno mai bene,» risposi. E poi non potei resistere, e ripetei uno dei detti più comici mai sentiti, di un giocatore di baseball americano di nome Yogi Berra, che mi ricorda uno dei miei comici favoriti, Thomas Hood: «Non è finita, signor Pauling, finché non è finita.»
Il fatto è che era quasi finita. Ma trovavo che il tormento incombeva su di me più grande che mai, perché i dubbi ancora mi assillavano. Avevamo convertito quasi tutti gli esseri umani sulla terra, e tuttavia non sentivo che quell'immane compito fosse concluso. Sembrava che fosse solo il secondo atto.
«Sciocchezze,» mi diceva Stanton. Devo ringraziare l'Onnipotente per Stanton, che ha dimostrato di essere un indispensabile, spietato segretario alla guerra. Anche migliore di quanto lo era stato la prima volta. Ogni volta che facevo un cenno, lui era lì, duro come una roccia, che perseverava. «Preferiamo forse uno stato di perpetua guerra civile?» gli piaceva dire, servendosi della mia argomentazione più persuasiva. «C'è forse un'alternativa?»
No, dovevo rispondere, e tuttora sembra che non ci fossero alternative, e per questo Stanton si opponeva vigorosamente ad ogni azione basata sul mio sogno.
«Stupidaggini!» mi ruggì contro quando per la prima volta lo misi a parte dell'idea. «Convertiteli tutti,e più in fretta possibile! Altrimenti non potrà esserci unità!»
«E tuttavia,» ribattei, «Questi sogni non li ho avuti solo io. Abbiamo la testimonianza di numerosi umani che dicono di essere stati guidati dalla visione di questa giovane donna umana.»
«Guidati a cosa?»Stanton infuriava per l'Ufficio Ovale, con i capelli dritti per la rabbia, tirandosi la barba. Sembrava pronto a colpire qualcuno, forse me.
«Sembrate l'orso che non riesce ad arrivare al vaso del miele,» gli dissi incapace di trattenermi dal sorridere ai suoi gesti grotteschi.
«Ripeto,» disse, «guidati a cosa? Al nostro abbraccio! Sono stati tutti convertiti. Anche se questa... ragazza esiste, cosa significa? Io dico che anche lei dev'essere convertita. E allora questo conflitto finirà!»
«Sono d'accordo con voi,» dissi con fermezza, «ma vorrei farlo a modo mio.»
«Mandando quello sciocco...»Fece un'imitazione piuttosto ridicola della strana pettinatura del signor Garber, tenendosi i capelli dritti sulla testa con le mani. «Quello sciocco umano...»
«Sento che è giusto.»
«Ma...»
«Nel mio sogno io incontro questa donna, l'ultima donna dell'umanità, e l'uomo che è con lei.»
«E poi?»
«Non lo so. So soltanto che è significativo. Non vi ricordate il sogno che facevo ogni volta prima di una vittoria, nell'altra guerra? La nave fantasma che si avvicinava alla spiaggia indistinta? Si rivelò significativo, o no?»
«Se ricordo correttamente, lo aveste la notte prima del vostro assassinio,» rispose cocciutamente. Aggrottò la fronte. «Più aspettiamo...»
In quel momento entrarono Eddie e Willie che giocavano a umani e scheletri. Eddie inseguiva Willie intorno alla mia scrivania, gridando: «Prendi questo, canaglia, e questo...»
Eddie si fermò un secondo a salutare Stanton. «Tenente Lincoln a rapporto, signore!»
Guardai Stanton, sorrisi, e mi strinsi nelle spalle.
«Signor Presidente, siete impossibile.» Stanton uscì come una furia, borbottando, e la faccenda fu decisa.
2
E così, mentre le settimane passavano, e il primo inverno diventava inverno inoltrato, e l'aviazione usava la sua macchina meravigliosa per trovare ciò che restava dell'umanità e cercare la ragazza, i miei sogni si fecero più distinti e numerosi. Erano sempre uguali. Io dovevo incontrare la giovane donna e il suo compagno su un'isola. Un sentimento di tepore mi avvolgeva sempre quando lo facevo, e poi mi svegliavo.
Assieme alle conversioni delle ultime vestigia dell'umanità il mondo acquistò un certo equilibrio. Ma contemporaneamente si aggiunse un senso di incertezza, di aspettativa. Era come se tutta la nostra razza di scheletri stesse trattenendo il respiro. Persino Stanton, che aveva respinto l'idea con disprezzo, dovette ammettere che nonostante la convinzione che io fossi nel torto, anche lui sentiva una sorta di nervosismo riguardo al futuro.
Un giorno, mentre la prima neve di marzo si stava sciogliendo fuori dalla finestra del mio ufficio e i boccioli di ciliege di Washington stavano cercando di sbocciare, scoprii finalmente l'origine di tanto nervosismo. Potevo vedere Willie in giro per i terreni sul suo adorato pony, gesticolare all'uomo del Servizio Segreto che teneva le redini del cavallo, per dirgli di farlo andare più in fretta. Sentii un rumore dietro di me. Girai sulla poltrona e vidi Eddie entrare nella stanza con un libro illustrato che gli penzolava da una mano.
«Volete leggere per me, signore?» disse, facendo il saluto militare.
«Certo, Tenente,» dissi togliendo la mia lunga gamba dal bracciolo della poltrona e facendogli posto sulle ginocchia.
Eddie prese il suo libro e si sedette. Ma notai in lui un forte cruccio.
«Qualcosa ti ha lasciato dentro il pungiglione, Tenente?» dissi.
Scrollò le spalle.
«Hai nostalgia di tua madre?»
«Un po'.»
«Qualcosa di più?»
Fece segno di sì con la testa.
«Hmm, cosa potrebbe essere?»
Di nuovo scrollò le spalle.
«Capisco. Mi ricorda di quell'uomo che aveva perso la lingua, ne hai mai sentito parlare?»
Mi accorsi di aver risvegliato il suo interesse, così continuai, cullando mio figlio in grembo in una posizione più confortevole.
«Pensavo che potesse essere una storia che faceva al caso tuo. Dicono che una volta c'era quest'uomo, che sentì uno dire a un altro: "Il gatto ti ha mangiato la lingua?" Decise così di vedere di cosa si trattasse. Il povero sciocco prese un gatto, e un'ascia. Mise giù il gatto, tirò fuori bene la lingua e la appoggiò su un ceppo, e se la mozzò via di netto! Cominciò a urlare a squarciagola, e a saltare su e giù, solo che nessuno poteva sentirlo! E per aggiungere la beffa al danno, il gatto scappò via con la sua lingua!
«Allora disse fra sé: "Adesso so di cosa stava parlando quell'uomo, e non è affatto piacevole!"
«Si mise all'inseguimento del gatto, gli strappò la lingua di bocca, e corse dal dottore, che gliela ricucì. Ma quel dottore era un po' corto di vista, e non aveva mai cucito una lingua a nessuno, e gliela mise sottosopra!
«Da allora in poi, quell'uomo parlò a rovescio, o non parlò affatto!»
Eddie mi guardò con aria scettica, ma sorrideva, ed era ciò che volevo.
«Adesso vuoi dirmi cosa ti rode, a rovescio o diritto?»
Chinò la testa e annuì. «Voglio sapere dove andiamo.»
«Cosa vuoi dire?»
«Voglio sapere dove andiamo quando... andiamo.»
«Ah.» Improvvisamente colsi il significato delle sue parole. «Vuoi dire, dove è andata la mamma?»
Annuì. «E dove siamo andati noi... la prima volta.»
«Capisco.» Mi diedi una grattatina alla barba. «Questa,Tenente, è la questione più difficile di tutte.»
I suoi occhi erano spalancati e schietti come possono essere solo quelli di un bambino. «Perché?»
«Dunque, alcuni scienziati pensano che questa nube nella quale ci troviamo abbia stimolato una specie di - come l'hanno chiamata? - anima genetica dalle tracce delle nostre ossa rimaste nel luogo della sepoltura, e che da queste particelle genetiche siamo stati poi generati noi. Io stesso non riesco a capacitarmene. Per come me lo immagino io, dobbiamo essere arrivati da qualche parte per tornare qui. Ora, se questo è vero, si tratta di una splendida notizia, perché significa che non importa come, si può fare.»
«Vuoi dire che rivedremo la mamma?»
Mi grattai forte il mento. «Beh, questo preferisco pensare che sia un segreto. Io stesso non ricordo il luogo dove siamo stati, e non ho ancora incontrato nessuno sano di mente che si ricordi, ma devo dedurre che se esiste, dev'essere un bel posto. Credo che ce ne ricorderemmo se non lo fosse, e non avremmo nessuna fretta di ritornarci.» Gli rivolsi un'occhiata. «E tu cosa ne pensi?»
Il mio figlioletto mi appoggiò la testa al petto, spezzandomi quasi il cuore, e lo sentii tremare. «Ho paura, papà.»
«Hey, piccola canaglia, non c'è niente di cui aver paura!»
«Ma ce l'ho. Vi ho sentito parlare a quegli uomini degli astronauti che stavate mandando a vedere cosa succede quando la terra esce dalla nube. Voi diceste che non sapevate cosa sarebbe successo. Non mi è piaciuto andarmene quell'altra volta. Mi ricordo di essere stato male, e mi lamentavo...»
E improvvisamente il mio figliolo stava piagnucolando, e mi abbracciava più stretto di una conchiglia attaccata a una nave. E io, Presidente degli Stati Uniti, cosiddetto eroe per aver concluso vittoriosamente una guerra e per aver riequilibrato le sorti del mio paese e del resto del mondo, mi sentii impotente come non mai, incapace com'ero di dire a un ragazzino che nel mondo tutto andava bene.
Lo lasciai piangere un poco. A dire la verità avevo voglia di piagnucolare un po' anch'io. Poi scostai Eddie da me, con un'ombra di severità, e gli dissi, guardandolo negli occhi: «Tenente, tuo papà sta cercando di risolvere la faccenda. Questo lo credi, vero?»
Si asciugò le lacrime e annuì.
«E credi che se non ci riesco io, non può riuscirci nessuno, giusto?»
«S-s-sì, papà.»
«Bene, allora è tutto a posto?»
«Sì, papà.»
«Perfetto. E adesso occupiamoci di affari più importanti.» Presi il libro che aveva portato con sé, un libro dello stravagante dottor Seuss, e iniziai a leggere, con grande sfoggio recitativo nelle parti comiche e drammatiche. Quando Eddie se ne andò, era come se nulla l'avesse mai turbato. Uscì a passo di marcia come un piccolo soldato per raggiungere suo fratello, col quale si azzuffò energicamente per un giocattolo nemmeno un'ora dopo la nostra piccola discussione molto seria, che io, naturalmente, non avevo dimenticato.
3
Non era passata una settimana dall'incidente, che Stanton mi comunicò che la ricerca della giovane dei miei sogni era concentrata in una zona dell'Alaska, e che il nostro esperimento spaziale stava per concludersi. Mi suggerì di andare in California per essere pronto per entrambi gli eventi.
Sembrava una buona idea, così accettai. Avevo cominciato a lavorare a un discorso. Il viaggio su Air Force One mi avrebbe concesso il tempo di continuare. Inoltre il professor Einstein mi aveva invitato all'osservatorio di Monte Palomar, cosa che aspettavo con ansia.
Eddie e Willie mi implorarono di lasciarli venire, e alla fine accondiscesi al loro desiderio. Non appena fummo in aria presero immediatamente il controllo dell'aereo, con grande dolore del pilota e dell'equipaggio. Erano proprio dei furfanti, e se non fossi stato abituato al loro comportamento credo che non sarei riuscito a concludere nulla. Pensai che avrebbero distratto il povero Stanton, ma lavorai parecchio al mio discorso, e quando mostrai la brutta copia al Segretario alla Guerra, questi ne approvò il contenuto.
«È molto bello, signor Presidente,» disse.
«Ho alcuni dubbi riguardo a questo discorso,» dissi io. «Ma penso che ce ne sarà bisogno.»
«Oh, non ne dubito, signor Presidente,» disse Stanton, e fece una pausa per guardare fuori dal finestrino. «È meraviglioso poter volare come un uccello, però, non credete?»
Ridacchiai. «Al proposito nutro sentimenti contrastanti. Temo di essere sempre in ansiosa aspettativa che tutto questo macchinario così pesante si sfracelli a terra. Mi hanno detto che ha il peso di due navi corazzate come il Monitor. Vi ricordate come pesava, vero? Com'è possibile che una cosa così massiccia possa sollevarsi in aria?»
Stanton si girò dal finestrino. «Per il vostro discorso, sarebbe appropriato che lo pronunciaste quando la ragazza è stata trovata e impiccata.»
«Sarà un'occasione storica.»
«Esatto.»
Feci un profondo cenno col capo. «Non. sono ancora convinto di avere in mano tutta la storia.»
Stanton sorrise. «Ancora i vostri sogni? Ma effettivamente è abbastanza un mistero come tutto si sia risolto così in fretta, non credete?»
«Sì, è piuttosto... strano.»
Eddie stava inseguendo Willie lungo il passaggio centrale, e un uomo del Servizio Segreto dall'aria stanca cercava di stargli dietro.
«Devo dire però,» disse Stanton, «che mai nemmeno per un istante ho pensato che stavamo adottando le misure sbagliate.»
«Una volta cominciato, nemmeno io. Anche se desideravo poter vedere cosa avremmo trovato in fondo al cammino!»
Stanton annuì, e si voltò di nuovo verso il finestrino. «Non sono mai stato uomo di molti dubbi, ma se penso al nostro piccolo esperimento spaziale, sarebbe tragico se la guerra fosse stata inutile.»
«Questo,» dissi con un sospiro profondo, «è qualcosa che non sono disposto a credere. Perciò dò tanta importanza alla giovane donna umana. Sento che qualcuno - qualcosa - ci ha guidato, e continuerà a guidarci, in questo cammino.»
«Spero che abbiate ragione, signor Presidente. E le vostre osservazioni saranno perfette quando la ragazza sarà convertita.»
Guardai con lui fuori dal finestrino, il mondo splendido che si stendeva sotto di noi, prima di ritornare al mio discorso.
4
Il tempo che trascorsi a Monte Palomar col Professor Einstein fu eccezionalmente gradevole. Mi ricevette al crepuscolo. Cacciammo il Servizio Segreto, lasciandolo a guardia del perimetro della cupola, e chiudemmo a chiave la porta dell'osservatorio dietro di noi. Lo strapazzato uomo del Servizio Segreto che badava a Eddie e Willie era ancora a Disneyland con loro. Stanton era nei paraggi, e controllava la situazione militare per poterci avvisare in caso di notizie.
«Sono felice che sia venuto, Presidente,» disse Einstein mentre salivamo le scale verso la stanza del telescopio.
«Non sarei mancato per nulla al mondo,» dissi io. «Sapete, ai miei tempi avevo una discreta passione per le stelle. Di tanto in tanto andavo all'osservatorio di Washington per studiarle. Certo allora non avevano dei giocattoli così meravigliosi per guardarle!»
«Vero,» confermò Einstein. Ci fermammo tutti e due ad ammirare il cilindro grosso e pesante puntato attraverso la fessura aperta nella cupola sopra di noi, fessura affollata di stelle.
«Prima dell'inquinamento atmosferico, questo era l'osservatorio migliore del mondo!» disse Einstein precedendomi nella cabina di osservazione che ci avrebbe sollevati fino alle lenti oculari.
Salimmo lentamente, e vidi le stelle avvicinarsi. «Meraviglioso,» dissi.
«Mi hanno detto che ha avuto dei sogni,» disse Einstein. Consultò un orologio dal fondo bianco appeso sopra la porta dalla quale eravamo entrati. Godevo tanto della sua compagnia perché non era solo intelligente, ma possedeva un notevole senso dell'umorismo. Le rughe agli angoli degli occhi si infittivano quando faceva del sarcasmo.
«Sì,» dissi ridacchiando, «quelli che mi stanno attorno ritengono che sia uno sciocco a farci affidamento.»
Einstein mi rispose gravemente. «Io credo che loro siano degli sciocchi. Quei sogni potrebbero essere un mezzo di comunicazione, lo sa? Esiste da sempre una scuola di pensiero che sostiene che i sogni sono messaggi da un altro regno fisico, o universo, e che la mente dormiente è semplicemente un ricevitore sintonizzato per intercettare quei messaggi. Penso che in questo caso sarebbe pazzesco non dare credito a tale teoria.»
«Credo che abbiate ragione, Professore.»
«Inoltre,» ridacchiò, «li ho avuti anch'io!»
Risi con lui, e in quel momento la cabina si fermò. Ci trovavamo davanti a uno strumento con attaccate due lenti oculari, una per Einstein e una per me che lo scienziato adeguò alla mia altezza.
«Dia un'occhiata, signor Presidente.»
Mi guardò avvicinare gli occhi allo strumento. Una profonda, fitta, magnifica distesa di stelle, come milioni di minuscoli diamanti, occupava lo spazio visivo della lente, su uno sfondo nero come velluto.
«Sapete, professore, mi sono domandato spesso come tutte quelle stelle siano arrivate lassù. So di sembrare ingenuo, dato che voi stesso avete cercato di risolvere la stessa questione, ma credo che il mio pensare alla Provvidenza sia dovuto in parte anche a ciò. Quand'ero più giovane non ci davo molta importanza, perché ero occupato con altre cose, ma guardare le stelle mi faceva meditare. Era troppo bello, troppo immenso, per mettersi improvvisamente a esistere tutto da solo.»
«Capisco esattamente cosa vuole dire, signor Presidente. È la stessa domanda che mi ha portato a chiedermi come tutto sia arrivato dov'è, e perché fa quello che fa. Volevo vedere come Dio mette in atto i suoi trucchi!»
«Adoravo gli spettacoli di magia! C'era un uomo, si chiamava Herman il Mago, che venne alla Casa Bianca. Lo costrinsi a eseguire tutti i suoi trucchi lentamente, per poter vedere come venivano fatti. Anche la mamma si distraeva! Non riusciva a capire perché volessi conoscere il segreto che stava dietro la magia!»
«Penso che sia tutto ciò che io o lei davvero vogliamo, signor Presidente, dare un'occhiata a com'è fatto. Forse toglierebbe un po' di mistero alla vita, ma toglierebbe di certo tanta paura!»
«Sono assolutamente d'accordo con voi, Professore.»
Mentre ero perso nell'ammirazione del panorama, il telefono nella cabina squillò, e Einstein sollevò il ricevitore.
«È per voi, signor Presidente.»
Presi la cornetta, e mentre Einstein spostava il telescopio in un'altra direzione io parlai con Stanton.
«Li hanno trovati!» disse Stanton.
«Bene,» risposi. «Un'isoletta al largo dell'Alaska. Entro domani sarà sotto il nostro controllo.»
«Grazie, signor Stanton.» Riappesi. «Sembra che il palcoscenico sia stato allestito per la rappresentazione dell'Atto Terzo della nostra piccola commedia,» dissi a Einstein.
«Gli ultimi umani sono stati trovati?»
«Sì.»
Einstein aveva tirato fuori la sua pipa e la stava caricando col tabacco. «Bene, forse stanotte avremo un'anteprima sull'epilogo.» Fece un cenno verso la lente ottica, e io ci guardai dentro. Circondata dalle stelle, c'era un'intensa chiazza luminosa.
«Quello è il vostro uomo?»
«Sì,» rispose Einstein. «Ed è molto coraggioso, anche. C'è voluto parecchio perché la NASA e i Sovietici organizzassero la missione. Ma non era l'unico a voler andare, stavano litigando per decidere. Il nostro Grissom lo desiderava ardentemente, ma alla fine, hanno lasciato che la spuntasse Gagarin, dato che era stato il primo uomo nello spazio.»
«I primi saranno gli ultimi, eh?» dissi guardando Einstein.
I suoi occhi si strinsero in un accavallarsi di rughe. Di nuovo Einstein consultò l'orologio sulla porta d'entrata. «Aspetto una telefonata tra poco. Pensavo che potesse essere istruttivo osservare dal vivo mentre succedeva.»
Si girò verso la lente oculare, e io feci lo stesso. Osservai con attenzione. C'era un punto luminoso, ed era sempre un punto luminoso. Einstein si allontanò dalla sua lente, guardò ancora l'orologio, e annunciò. «È successo.»
«È fuori dalla nube?»
«In questo istante. E la terra ne uscirà domani.»
«Che io sia dannato se ho visto qualche differenza in quella chiazza di luce, quando è successo.»
«Dovremo aspettare...»
Proprio allora suonò il telefono. Devo ammettere che il cuore mi balzò in gola. Einstein rispose, e disse una volta, e poi ancora, «Capisco.»
Attendevo con ansia il risultato, e quand'ebbe lentamente riappeso il telefono, e si fu fermato ad accendere la pipa, mi mise al corrente.
«Hmmm,» fu il mio commento.
«Una volta ho affermato che Dio non gioca a dadi,» disse Einstein.
«No, ma sicuramente gioca a scacchi, non credete?»
Di nuovo le rughe agli angoli degli occhi si infittirono. «Sicuramente. Forse ci aspetta un altro sogno, eh?»
«Forse.»
Indugiammo ancora qualche minuto a guardare le stelle, e a osservare il loro posto nell'universo. Poi ritornai nel mio alloggio e tolsi il discorso dal cappello, lo lessi lentamente e a fondo, ancora non convinto che le parole fossero quelle giuste.
Alla fine mi arresi, e mi addormentai.
Quella notte, come in risposta a una preghiera, sognai sia il mio vecchio sogno della nave che si avvicina alla riva invisibile, che il sogno nuovo della giovane dalla carnagione scura che veniva da me. Solo che adesso io ero sulla nave, e vedevo la riva, e d'un tratto seppi chi era la ragazza, cosa stava per accadere, e cosa avrei dovuto fare.
5
E così, finalmente, iniziò il giorno più importante nella storia della vita sulla terra. Avevo trascorso le ultime ore della notte in una lunga limousine, sfrecciando in mezzo a una carovana di automobili che trasportavano Stanton e gli altri verso nord, a Seattle, Washington, dove una nave della marina aspettava per portarmi in mare. Facemmo una breve deviazione allo Zoo di Seattle, concessami solo dopo un'infinità di ordini presidenziali e con Stanton che alla fine gettò in aria le mani e sbottò dicendo, «Sogni!» Eddie e Willie dormirono sull'auto accanto a me, e Eddie si mosse nel sonno per rannicchiarsi con la testa sul mio grembo. Willie si era ficcato nell'angolo opposto, contro la portiera, ma riuscii a tirarmelo vicino, e restai a fissare le luci che scorrevano via nella notte insonne. All'alba raggiungemmo il cantiere navale di Seattle. Scesi dalla limousine, mi stiracchiai, e percorsi la passerella fino al ponte della nave. Era lunga e snella, coperta di torrette e cadetti sull'attenti. Il sole sorgeva sulla promessa di uno splendido mattino.
«Benvenuto a bordo, signore,» mi disse l'Ammiraglio John Paul Jones.
Respinsi con un cenno il suo saluto e gli battei una mano sulla spalla. «Non è il caso che facciate il saluto, Ammiraglio,» dissi. «Portatemi solo su quell'isola per le tre di oggi pomeriggio.»
«Sarà fatto, signor Presidente!»
Eddie e Willie mi passarono davanti di corsa, pronti a fare opera di devastazione sulla nave. L'Ammiraglio Jones si limitò a sorridere, e in breve ci trovammo diretti da ovest a nord ad alta velocità, verso l'isoletta di Diomede, con cinque cacciatorpediniere in coda.
«Pensate che serviranno?» risi, indicando a Stanton la scia delle navi.
Stanton mi rivolse uno sguardo corrucciato.
Ridendo mi girai per sentire in faccia gli spruzzi di acqua salata, e per vedere le onde che si frangevano al nostro passaggio.
Raggiungemmo l'isola prima di mezzogiorno. Gettammo l'ancora a una certa distanza, in vista di una nave tirata in secco. Il mare era calmo. Un'avanguardia di uomini armati toccò terra davanti a noi, e mi chiesi perché mai facessero tanto chiasso attorno alla faccenda. I due umani che stavamo cercando, in compagnia di un Roger Garber molto cambiato, ci stavano aspettando tranquillamente sulla spiaggia.
«Non si sa mai,» grugnì Stanton, e temo di averlo infastidito ancora con la mia risata.
Eddie e Willie, nel breve tempo trascorso a bordo, avevano quasi completamente distrutto la nave dell'ammiraglio, e avevano fatto del loro meglio per colare a fondo la scialuppa che ci aveva portato a riva. Finalmente, a pochi metri da terra, l'ammiraglio concesse loro di arrotolarsi i pantaloni e li fece scendere oltre la fiancata perché potessero sguazzare fino a riva.
«Guardate, papà, umani!» disse Eddie, bloccandosi di colpo, con l'acqua che gli lambiva ancora le caviglie. Indicò il giovane e la giovane che, fianco a fianco, guardavano con calma il nostro gruppo. Accanto a loro c'era una splendida coppia di lupi, che ci fissavano senza sbilanciarsi.
Con le ossa che scricchiolavano scesi dalla scialuppa e abbassai il dito di Eddie con la mano. «Non è educato segnare a dito,» dissi. Poi, reprimendo come sempre la comprensibile repulsione che abbiamo per questi umani, tesi la mano e dissi: «Salute a voi.»
Il giovane fece un passo avanti. «Salve, signor Presidente. Il mio nome è Kral Kishkin.» Prese la mia mano in una stretta sorprendentemente calda. «È un vero piacere conoscerla.» Mi presentò la giovane donna accanto a lui. «Questa è Claire St. Eve.»
«Sì,» dissi prendendo la mano della giovane, il cui viso sembrava illuminato da dentro.
Mi rivolsi alla nostra spia, il signor Garber, e dissi: «Bene, vedo che avete deciso di unirvi a noi!»
Sorrise timidamente e disse: «Beh, uh, già, un incidente, ma spero che siamo sempre d'accordo...»
«Buon lavoro, signor Garber. Sono certo che troveremo una soluzione.»
Eddie e Willie stavano girando attorno allo scafo della nave in secco, tirandosi addosso sabbia, e i lupi si erano seduti a osservare i loro movimenti. Dietro di me un esercito di tecnici stava scaricando dalle altre scialuppe le attrezzature televisive, un riflettore parabolico per le trasmissioni via satellite, telecamere, luci.
«Promette di essere una giornata intensa,» dissi.
«Sì, infatti, signor Presidente,» disse Kral Kishkin. «Posso mostrarle la nostra casa?»
Risalimmo la spiaggia, e mi mostrò l'incantevole casetta di legno che aveva costruito assieme a Claire, annidata in una grotta, circondata da cascate, sorgenti, e una lussureggiante vegetazione. L'aria era piena dei versi degli animali. Quando entrammo nella casetta vidi una forma enorme e pelosa su una poltrona, che guardava lo schermo di un televisore. Un apparecchio video era collegato a un generatore portatile. Quando ci avvicinammo, la forma si stiracchiò e si alzò, e una grossa scimmia mi guardò solennemente.
«Credo proprio di aver finalmente trovato mio fratello!» dissi ridendo, ricordando il soprannome che mi avevano dato durante le mie campagne.
Con sorpresa vidi la scimmia avanzare verso di me e prendermi la mano. Gettai indietro la testa e risi ancora più forte. «Credo che sappia cosa abbiamo per lui!»
Mi girai a parlare con un uomo del Servizio Segreto, che annuì e ritornò alla nave.
«Questo è certamente un luogo accogliente,» dissi.
«Grazie,» rispose Kral Kishkin.
Rimirai la giovane signora. Era esattamente come l'avevo sognata, anche se di persona la sua aurea era addirittura più forte. Nonostante non parlasse, sentivo che stava dicendo un'infinità di cose. «Notevole,» dissi.
L'uomo del Servizio Segreto ritornò con la sorpresa. La grande scimmia si era riaccomodata in poltrona davanti al film che stava guardando. Sullo schermo una ragazza vestita come una principessa stava sparando con una specie di pistola spaziale.
Quando l'agente del Servizio Segreto entrò tirandosi dietro una scimmia femmina, il mio amico in poltrona alzò lo sguardo, si girò di nuovo verso lo schermo, poi balzò su, mandando il televisore a gambe all'aria e strillando come un matto.
La femmina, naturalmente, lo prese davvero per matto, ma lo scimmione si riprese rapidamente. Ben presto i due si erano allontanati a chiacchierare in un angolo della casetta, come se al mondo non esistesse nient'altro.
«Vogliamo uscire?» proposi. Controllai l'orologio, vidi che c'era ancora un sacco di tempo prima delle quattro, e decisi di approfittarne. Facemmo il giro dell'isola. Lasciammo Stanton, il signor Garber, quelli della televisione, l'ammiraglio e i suoi uomini sulla spiaggia. Era come essere in un altro mondo. La primavera era sbocciata ovunque, e piante enormi, quasi tropicali, levavano le lussureggianti infiorescenze al cielo. L'aria era fragrante di ossigeno, e mi ricordava le primavere della mia infanzia, quando avevo ancora tutto il mondo davanti.
Ci sedemmo su una roccia piatta in fondo alla cascata più alta dell'isola, e apparecchiammo per pranzo. Eddie e Willie, con i pantaloni ancora arrotolati, sguazzavano nell'acqua.
«Signor Kishkin,» dissi al giovane, «mi hanno informato sul lavoro che avete fatto, e devo dire che approvo pienamente. Vorrei adesso spiegarvi, se posso, il motivo per cui ho preso le decisioni che ho preso negli ultimi mesi.»
«Signor Presidente,» ribatté il giovane, «io comprendo. Ci sono stati dei momenti, le scorse settimane, e i mesi addietro, in cui non comprendevo, e odiavo tutti voi per quello che stavate facendo. Ma ora so che avete fatto ciò che credevate giusto. So che nelle vostre azioni non c'era cattiveria.»
«È molto bello ciò che dite, signor Kishkin.»
«È vero.»
Annuii. «È il massacro che mi è sempre pesato addosso, insopportabilmente.»
«Ma adesso ne conosciamo il significato, vero, signor Presidente?»
Gli rivolsi un sorriso, piano piano. «Sì, lo conosciamo. Suppongo che abbiamo avuto entrambi lo stesso sogno. Posso dirvi quello che ho in mente?»
«Prego, signor Presidente.»
Consumammo il nostro pranzo, e gli esposi il mio piano. Alla fine gli spiegai la mia difficoltà col discorso che avevo scritto.
«Ora è decisamente poco appropriato,» dissi.
«Forse posso aiutarla, signor Presidente.»
Tirò fuori un foglietto piegato in più parti dal fondo della tasca e me lo porse. «Queste sono parole che scrissi molto tempo fa, basate sulle sue stesse parole.»
Spiegai il foglietto e lessi. Alle piegature era così consumato che le parole erano quasi illeggibili.
«Sarei orgoglioso di usare queste parole, signor Kishkin,» dissi, e mi vennero le lacrime agli occhi. Attraverso le lacrime vidi Kral Kishkin e la giovane donna che sorridevano.
Era tempo di ritornare. Ancora una volta ammirai la rigogliosità del luogo, i verdi germogli, le strida degli animali. Quando uscimmo dalla vegetazione sulla spiaggia vidi un tecnico della televisione chino su un'oca viva come per farle del male, e lo cacciai in malo modo.
«Ho conosciuto tanta gente meravigliosa!» dissi senza rivolgermi a nessuno in particolare, poi mi girai verso Kral Kishkin e Claire St. Eve. «Siete pronti?»
La giovane annuì. Kral Kishkin disse: «Sì.»
«D'accordo, allora.»
Avanzammo sulla spiaggia, verso gli alti patiboli che vi erano stati eretti.
6
Si accesero i riflettori della televisione, e per un attimo mi accecarono, privandomi della bella giornata, del cielo azzurro, delle cime ondeggianti degli alberi. Annaspai in cerca del mio cappello, lo tolsi, sempre a tastoni trovai il foglietto di carta che vi avevo riposto, e mi rimisi il cappello. Poi gli occhi si abituarono al bagliore, e guardai le telecamere, come mi era stato insegnato, e finsi che fossero i miei vecchi amici di Springfield.
«Amici,» cominciai. Sulle piattaforme dei patiboli alle mie spalle Kral Kishkin e Claire St. Eve aspettavano, con i cappi annodati attorno al collo. Le telecamere ruotarono per inquadrarli, e poi ritornarono su di me.
«In questo memorabile giorno,» dissi, «io vi dò il benvenuto. Molti giorni e settimane sono trascorsi nel perseguire la nostra causa. Sono stati momenti lunghi e difficili, con grandi patimenti per noi, e per i nostri fratelli umani.
«Ora questi tempi duri sono passati. La guerra è finita.»
Abbassai lo sguardo sul foglietto del signor Kishkin e parlai lentamente. «In ogni uomo guerra e pace sono unite. Ogni uomo è un campo di battaglia. E una nazione, un mondo, siano essi floridi o in rovina, sono la somma di queste battaglie. Se un uomo, se molti uomini, scelgono di farsi guerra, allora certo la guerra si diffonderà nel mondo. Ma se gli uomini vincono la battaglia interiore e scelgono la pace, allora certo esiste una speranza per questo, o un altro, mondo.
«Come ogni uomo è un campo di battaglia, così ogni nazione. E se le molte nazioni che sono gli uomini scelgono la pace, allora anche il mondo sceglierà la pace.»
Ripiegai il foglietto di Kral Kishkin e lo riposi. Guardai l'orologio. Mancavano due minuti alle quattro.
«Queste parole non sono mie. Appartengono al giovane alle mie spalle. Egli ha cercato di rendere migliore il suo proprio mondo.»
Feci un cenno a Kral Kishkin e Claire St. Eve.
Si tolsero i cappi dal collo, scesero dai patiboli, e vennero accanto a me.
«Signor Presidente!» gridò Stanton.
«Va tutto bene,» dissi, sorridendo al Segretario della Guerra. Guardai ancora l'orologio. Un minuto alle quattro.
«Oggi,» dissi alle telecamere, «abbiamo raggiunto il nostro scopo, perché, amici miei, il nostro dovere su questa terra è compiuto. In meno di sessanta secondi la terra si lascerà indietro la nube che ci ha portati qui. Tutti noi, tutta la nostra razza, scomparirà da questo mondo.
«Ma noi non ci estingueremo! Perché questo è un giorno di gioia, per noi scheletri e per gli umani. Questa non è un'apocalissi, ma una nascita.
«Molto tempo fa, all'inizio dell'era umana sulla terra, c'erano un uomo e una donna. E da essi crebbe il genere umano, finché guerra e corruzione ci attirarono addosso una grande alluvione. Noè, sulla sua Arca, ricominciò da capo.
«Di nuovo, guerra e corruzione hanno colmato la terra. Secondo non so quale Maggiore Potenza, fisica o spirituale, è di nuovo tempo di un nuovo inizio. Ecco perché siamo stati rimandati sulla terra, ecco qual era il nostro compito. Lasciamo dietro di noi un nuovo Adamo e una nuova Eva, perché ricomincino da capo sulla terra. Il resto del genere umano è andato avanti.
«Ogni uomo va nel suo prossimo mondo. Per coloro che sono pieni di corruzione non sarà un mondo facile, perché ci sarà la resa dei conti. Ma per gli altri sarà...»
Al mio orologio mancavano ancora venti secondi. Eddie e Willie corsero da me. Li abbracciai forte. Già sentivo sopraggiungere in me un cambiamento, sentivo indebolirsi la mia essenza in questo mondo.
Eddie disse: «Ho paura, papà.»
«Non averne, piccolo furfante!»
Mi sentii tirare, come per il recedere della marea. Attorno a me, quelli come me stavano diventando polvere.
D'un tratto i miei occhi non riuscirono più a distinguere la lontana cascata, il luminoso cielo azzurro. Vedevo un altro cielo, un altro colore, altra vegetazione che mi attendeva, sempre più distinta e familiare.
I ricordi di questo mondo fluirono attraverso di me.
«Mamma!» gridò Eddie, sciogliendosi dal mio abbraccio per correre avanti.
Anche Roger Garbage corse avanti, urlando. «Carl! Sei davvero tu? Possiamo parlare? Hey, che caldo qua dentro.»
«Paradiso!» gridai io pieno di gioia.
Vidi davanti a me Kral Kishkin e Claire St. Eve. Poi si dissolsero, finché ai miei occhi furono visibili solo le loro ossa. Mi guardai, e il mio corpo era intero.
E lì, attorno a me, c'era il mio mondo...
«Addio, amici!» gridai a Kral Kishkin e Claire St. Eve.
Vidi i loro fantasmi salutare, e scomparire; e io ero a casa!
CAPITOLO DICIASSETTESIMO
IL DIARIO INTIMO DI CLAIRE ST. EVE
Sta tornando l'inverno.
La primavera e l'estate sono stati buoni. La terra ha provveduto a noi. La prossima primavera semineremo anche più di quest'anno. Gli animali hanno figliato in quantità, tanto che c'è un po' di carne da mangiare. Ma abbiamo sempre molta cura del bestiame a cui noi stessi dobbiamo badare.
Chub ci ha fatto una sorpresa. Durante l'estate è scomparso con la sua compagna. Nonostante abbiamo cercato per tutta l'isola, siamo stati incapaci di trovarlo. Temendo di averlo perso, l'ho pianto. Ma presto altri pensieri mi hanno occupato la mente. Il suo ricordo era distante, e grato, e sempre l'avrei conservato.
Poi un mattino presto Kral mi ha svegliato per dirmi che aveva avvistato un'imbarcazione.
Mi sono alzata in fretta e sono andata con lui sulla spiaggia. Con trepidazione abbiamo visto avvicinarsi la sagoma gialla di un gommone. Kral, sempre prudente, aveva un fucile.
L'imbarcazione si è diretta verso di noi. Prima ancora che giungesse a terra, ho visto Chub gesticolare dalla prua. Con lui c'era la sua compagna, che avevamo chiamato Leia. Era gravida. Si erano allontanati da soli, secondo un'esigenza evidentemente insopprimibile della loro cultura. E adesso erano tornati. Secondo il computo di queste cose, il cucciolo dovrebbe nascere all'inizio del prossimo anno.
Il freddo ha cominciato a soffiare ai primi di ottobre, ma alla fine dell'estate Kral e io avevamo già costruito una solida capanna di pesanti tronchi. La legna per il fuoco è tanta e già accatastata. Kral ha smantellato l'Arca: riscaldamento a olio, una stufa, qualsiasi cosa ci possa servire. Chub e la sua compagna continuano a fare uso della collezione di videocassette.
La prossima primavera Kral progetta di riparare l'Arca. Dice che in un anno riempiremo questo posto di animali, e sarà tempo di andare altrove. Già i lupi sono irrequieti, e hanno portato a crescere la loro cucciolata nella parte più lontana dell'isoletta di Diomede. Kral va a trovarli spesso.
Ultimamente Kral è diventato pensieroso. So che sta aspettando. Tra di noi c'è comprensione, e so che comincia ad essere impaziente. Vorrebbe fare il mondo in una notte. È duro per lui, lo so. Quando è così lavora con le proprie mani, e cerca di distrarsi costruendo più conigliere di quante i conigli avranno mai bisogno, alimentatori per gli uccelli, recinti nella parte orientale per la riserva destinata ai leoni. Adesso lo guardo dall'alto di questa collina coltivata tra la nostra casa e la fertile vallata dove sta seminando il frumento invernale. Ogni tanto ferma il forte bue che tira l'aratro per guardarmi e farmi un cenno di saluto. Infine, quando il sole cala verso il tramonto, mette giù i suoi attrezzi e ripercorre la lunga salita su per la collina, attraverso il campo di fiori tardivi, per venire da me.
«Qualcosa che non va?» chiede con espressione preoccupata. La carnagione giallognola è abbronzata dal sole e dalla vita all'aperto. I muscoli sono duri e forti.
Scuoto la testa.
«Perché sei qui? Perché mi guardi in quel modo?»
Io sorrido. Non riesco a smettere. Qualcosa si sta gonfiando dentro di me. Adesso, in questo istante, mi sento completa. Il fiore che sono io è sbocciato.
Dolcemente gli prendo la mano callosa, e me la poso sul ventre. È perplesso. Ma dopo un breve istante la comprensione si fa strada in lui, e le sue labbra si distendono in un ampio sorriso. «Vuoi dire... in primavera...?»
Il suo viso è pervaso da una gioia perfetta. Già so che sarà un maschio, e sarà seguito da molti altri, maschi e femmine. Nel corso delle generazioni, i nostri figli popoleranno la terra. Senza timori vivranno vite buone. Kral e io gli insegneremo.
Prendo la mano di Kral nella mia, guardo sorridendo il suo viso radioso, schiudo le labbra, e finalmente dico: «Sì.»
FINE